SCAFFALE LECCHESE/201: il 1° maggio festeggiato con i ricordi messi nero su bianco

«Quando facevamo sciopero noialtri, saltava il governo, ti ricordi?» 
E’ un mondo che non c’è più. Se è naturalmente vero che le nostalgie sono solo una zavorra, altrettanto lo è constatare come in quel mondo che non c’è più è rimasta anche impigliata l’identità di una terra fatta di officine, di grande industria e di una popolazione operaia. Orgogliose di sé stesse: la terra e la popolazione. 
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Il profilo storico di un’epoca ormai consegnata alla storia ci è dato dai volumi pubblicati dalla Camera del lavoro lecchese in occasione del proprio centenario, nel 2002: “Per il lavoro  e la libertà. Un secolo di storia sindacale a Lecco e nel territorio”, a cura di Angelo De Battista. 
Del primo volume abbiamo parlato a proposito della nascita del movimento operaio lecchese dalle primissime mobilitazioni ottocentesche fino all’avvento del Fascismo. 
Gli altri due sono appunto dedicati al periodo di cui ci occupiamo in questa occasione, alla viglia della festa del Primo maggio. E cioè degli anni dal 1945 fino al 2001, anno in cui la grande trasformazione sociale era ormai già avviata, accelerata di lì a poco da una inarrestabile rivoluzione tecnologica che ancora oggi non fa prigionieri. 
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Un volume raccoglie due tesi di laurea, una di Paola Donadelli e l’altra di Maria Casati, che ricostruiscono la storia il periodo tra il 1945 e il 1969, “dalla ricostruzione all’autunno caldo”. L’altro sono le interviste, curate da De Battista, a sei dei segretari che hanno retto la Camera del lavoro lecchese, sostanzialmente quelli ancora in vita nel 2001.
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Alle testimonianze dei vertici sindacali, vanno aggiunte quelle della cosiddetta base, degli operai che a quel sindacato hanno dato gambe. Sono le testimonianze raccolte da Costantinto Corbari, giornalista e scrittore milanese vicino all’area della Cisl e che al mondo del lavoro ha dedicato più di uno studio, e condensate nel libro “Lo sciopero di Giacomo. Un secolo di solidarietà operaia a Lecco e nel suo territorio” pubblicato dalla lecchese Periplo Edizioni nel 1995.
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E sono anche le testimonianze riportate nel volume uscito nel 2012 e curato da Casto Pattarini, docente di storia e filosofia, per conto del sindacato lombardo dei pensionati Cgil: “Vite operaie. Voci dalle fabbriche lecchesi dal 1945 al 2000”.
Sono letture che, pur nell’inevitabile parzialità di un punto di vista, ci offrono un una veduta di mezzo secolo di storia, la seconda parte del Novecento, del mondo del lavoro lecchese. 
Si tratta di cinquant’anni sui quali, tra le alte cose, ha pesato anche la questione dell’unità sindacale che, dopo la rottura del 1948 coi cattolici che uscirono dalla Confederazione generale per dare vita a proprie organizzazioni, sembrava essere a un passo nel decennio dei Settanta con la Federazione dei lavoratori metalmeccanici a raggruppare le tre organizzazioni confederali di settore e con Cgil e Cisl che il primo maggio 1981 inaugurarono la nuova sede lecchese in via Besonda ancora condomini separati ma con la non lontana prospettiva di una fusione. Che ancora oggi invece appare molto remota. Quasi una chimera.
Eppure, si è trattato di un cinquantennio in cui il sindacato è andato a poco ritagliandosi un ruolo sempre più importante nella vita sociale italiana. Non fu, comunque, una passeggiata. Se si pensa alla cosiddetta decapitazione della Camera del lavoro nel 1948 con l’arresto di quattordici dirigenti sindacali. Una “retata” germogliata nelle indagini di polizia seguite all’aggressione del segretario della Camera del lavoro, Gabriele Invernizzi, nel novembre 1947, da parte di un industriale. E, ancora nel 1970, l’arresto di Giulio Foi per un volantinaggio in piazza Cermenati e nel 1972 di Pio Giovenzana e Franco Giorgi per un picchetto a Brivio.
Nel contempo, c’era da conquistare la stessa fiducia dei lavoratori i quali, non solo nelle piccole aziende, preferivano spesso il paternalismo padronale alle rivendicazioni sindacali. Alcune delle aziende – seguendo una tradizione che del resto metteva radici nell’Ottocento – ancora negli anni Cinquanta e Sessanta allestivano per i propri dipendenti villaggi, asili, scuole: «Pensare – la riflessione di un lavoratore del Salumificio Vismara di Casatenovo - che hanno costruito villaggi per gli operai, per i direttori, i dirigenti: chiesa-casa-lavoro, capito?». E poi c’erano le colonie estive per i figli dei dipendenti, durate fino agli anni Settanta, quando anche una famiglia operaia poteva ormai permettersi qualche giorno in una pensioncina di riviera.
In molte aziende, inoltre, «la tendenza era quella di assumere principalmente i figli degli operai già presenti in fabbrica. Questo perché conoscendo il padre aveva una garanzia di base a livello educativo all’interno delle famiglie che allora era molto forte e non come ora».
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E così, non solo il datore di lavoro si opponeva all’ingresso del sindacato in fabbrica. Poteva succedere che i sindacalisti venuti a volantinare venissero accolti a sputi dalle operaie se non addirittura a colpi di spranga: «Improvvisamente si aprì il cancello dell’officina. Ne uscirono fuori alcuni operai armati di spranghe di ferro che cominciarono a picchiare con forza sulle automobili. Furono tutte distrutte». Del resto, qualche soldo in più in busta faceva comodo. E allora si accettavano orari massacranti, si rinunciava al riposo e magari anche alle domeniche, non si pensava alla sicurezza: «A questi qua – il commento di un operaio sindacalizzato - gli interessavano solo i soldi. Lì la lotta la dovevi fare prima con i lavoratori, a loro interessava che se il lavoro era più pericoloso gli dovevi dare più soldi».
Col tempo, si sarebbe arrivati a un maggior senso di appartenenza e di collettività, a mobilitazioni e scioperi di proporzioni incredibili. “Storiche” sono state, per esempio, le vertenze del 1966 alla “Badoni” di Lecco e del 1974 alla “Moto Guzzi” di Mandello con i blocchi stradali e l’occupazione delle fabbriche. Con le autorità pubbliche e i partiti politici a cercare di mediare.
E allora certe storie, come quella del Giacomo, il sindacalista della Cisl che dà il titolo al libro di Corbari, assumono un valore emblematico di un’epoca: «Giacomo aveva scoperto la passione sindacale quasi per caso. Aveva iniziato a lavorare a 14 anni, poco prima che cominciasse la guerra. (…) In un’impresa edile era arrivato per amore, nel 1955. Aveva sposato la figlia del titolare dell’impresa Riva di Suello. (…) Si era trasferito in casa dei suoceri. Faceva l’autista, portava sabbia e mattoni nei cantieri. (…) Cominciò a occuparsi di sindacato, ad aiutare nel tesseramento, ma non nell’impresa dove lavorava perché era dei genitori della moglie. (…) Vedeva che le cose non andavano bene, ma aveva le mani legate: come si fa a organizzare la protesta contro il proprio suocero con cui ci si siede a tavola tutti i giorni. (…) In famiglia erano tutti contro il suo impegno: moglie, suoceri, cognati, anche sua sorella e la sorella del suocero. Non capivano cosa volesse dire fare sindacato. Capitò però che un giorno, parlando con gli operai che lavoravano con lui, Giacomo li informò di uno sciopero di categoria programmato per il mattino successivo. Allora questi andarono dal titolare e gli dissero: “Domani non lavoriamo. L’ha detto Giacomo”. La sera, a cena, nessuno mangiò. Dopo qualche tempo lasciò l’azienda di famiglia».
In quegli anni del Secondo dopoguerra, avveniva anche nel Lecchese quel processo di abbandono dell’agricoltura, di spopolamento della montagna, di centinaia di persone che lasciavano le valli per occuparsi nella grande industria: «La maggior parte – è il ricordo di un operaio della “Guzzi” - arrivavano da su. Arrivavano da Dervio, Colico, e persino da Sondrio. Questi stavano qui, per forza e andavano su il venerdì. Arrivavano da Sondrio, da Chiavenna, arrivavano da Onno col battello e la barca, magari in quattro; prendevano la barca, arrivavano qua e alla sera tornavano di là, per dire. Anche qua ce n’erano parecchi: da Valbrona, da Bellagio, da Vassena. Arrivavano un po’ da tutte le parti. Per forza era così».
E con il boom economico, il comprensorio lecchese diventò in breve quello con la più alta percentuale di addetti all’industria d’Italia.
Poi, alla metà degli anni Settanta, cominciò quella fase di ristrutturazione industriale che avrebbe cambiato l’anima di un territorio: «I primi venti di crisi investirono la Moto Guzzi, la Carniti, la Forni Impianti: le imprese abbandonarono le produzioni più vecchie e automatizzarono i processi. L’informatica cominciò a fare la sua apparizione in applicazioni significative. Chi non era in grado di cambiare rischiava di non farcela, di non reggere la concorrenza che, con l’arrivo sul mercato di nuovi competitori internazionali, si fece sempre più aspra».
Dalla fine degli stessi anni Settanta fino agli anni Novanta «c’è la percezione diffusa della fine di un’epoca, del crollo di un mondo, il proprio mondo». Anche i pensionati che si sentono ancora parte della fabbrica in cui hanno lavorato, «in cui hanno dato tutto, il sudore, gli ideali, le lotte» sono segnati e sconvolti dalla chiusura della “loro” fabbrica: «Imputati del declino sono i padroni, i partiti, la globalizzazione, financo i giovani che non vogliono più fare lavori manuali. E’ la fine dell’unità sindacale la motivazione più spesso individuata di questa crisi: “io mi ricordo che quando andavo a fare sciopero almeno un punto lo portavano a casa. Adesso il giorno dopo lo sciopero non si sa più niente.»
Dario Cercek
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