SCAFFALE LECCHESE/161: ''Viaggio al lago di Como'', le ristampe di Davide Bertolotti

Questa rubrica ha già incontrato Davide Bertolotti (1784-1860), nato e morto a Torino, ma vissuto anche tra Milano, Firenze e Napoli. Giornalista e traduttore, Bertolotti fu autore di un breve romanzo - "L'isoletta dei cipressi" - ambientato sul lago di Pusiano e che nel dicembre scorso è tornato nelle librerie dopo duecento anni di oblio (CLICCA QUI).

Il nome di Bertolotti è però soprattutto associato al "Viaggio al lago di Como" una di quelle descrizioni in voga nell'epoca a cavallo tra Sette e Ottocento. Scrive Laura Ceretti, biografa d Bertolotti, in un'edizione moderna del "Viaggio" (Valentina Edizioni, Milano, 1998, con il prezioso corredo di stampe della collezione dell'ingegnere e imprenditore comasco-milanese Alberto Riva): «Se come autore di versi melodrammatici ed eccessivi, cadde nell'enfatico, e nelle novelle e nei romanzi, insistette esageratamente sul sentimentale, la produzione di libri di viaggi - genere letterario secondario ma particolarmente fortunato nell'Ottocento - ispirata ai suoi spostamenti in Italia, soprattutto al Nord (...) è quasi sicuramente la più riuscita e spontanea. In essa, il Bertolotti, al realismo romantico tipico dell'epoca, al gusto pittorico, all'acuta attenzione paesistica e alla rivalutazione delle leggende e del folclore popolare, estese le sue ricerche anche alle informazioni economiche del suo tempo. (...) "Viaggio per il lago di Como", ispirato ad un soggiorno del Bertolotti sulle rive del Lario, suscitò in lui impressioni così vive e care come nessuno dei suoi altri viaggi europei aveva fatto».
Certo, il lettore solito frequentare le descrizioni lariane ritrova considerazioni già sentite. Era del resto normale e succede anche oggi che nei testi si travasino informazioni raccolte da altri autori.

Le copertine delle edizioni del 1821 e 1824

 

Uscito a puntate sulla rivista milanese "Il Raccoglitore", diretta dallo stesso Bertolotti, il "Viaggio" fu pubblicato nel 1821 dall'editore comasco Ostinelli. «Per via del buon successo - ci dice ancora Ceretti -, il libro sul lago di Como venne ristampato nel 1824, sempre da Ostinelli, in una seconda edizione riveduta e corretta» nella quale «aggiunge una parte riguardante il ramo di Lecco». In una terza edizione del 1825, infine, Bertolotti allarga ulteriormente gli orizzonti, includendo i laghi di Lugano e Maggiore. Sull'esempio di quanto aveva già fatto Carlo Amoretti nel 1794 (CLICCA QUI) in un libro del quale la lecchese Polyhistor ha annunciato una prossima nuova edizione.

Per il "Viaggio" di Bertolotti, è dunque sulla seconda edizione che il lettore lecchese si sofferma (una ristampa anastatica dell'editore bolognese Forni è del 1988).

Già nella prima edizione, Bertolotti ci aveva accompagnato alla scoperta della «maravigliosa natura del Fiume Latte« e di quella Fonte Uga della quale già ci aveva parlato Sigismondo Boldoni nel suo Larius (CLICCA QUI).

E proprio a Boldoni e a Bellano, Bortoletti dedica un capitolo del "Viaggio", visitando «la fabbrica de' signori Gavazzi ove gran numero di filatrici attendeva a trarre la seta dai bozzoli», naturalmente l'Orrido che - secondo le convenzioni letterarie dell'epoca, non poteva che essere «il domicilio della Notte e il ricovero della Paura».

Dopo di che, raggiunta l'insalubre Colico (per via delle paludi abduane e dove «il passeggiero che coglier si faccia dal sonno per questa piaggia, corre grave rischio di essere dalle inique febbri sorpreso»). E mentre i compagni di escursione si «diedero a spaziare» per acquitrini «a caccia delle beccacce e delle coturnici», l'autore si avviava «al forte di Fuentes, in mezzo a un marame di ranocchi che parevano saltare all'improvviso ed a frotte fuori dai palustri prati».

Al "ramo lecchese" nella versione del 1824, l'autore dedica una quindicina di pagine scendendo da Lierna («altre volte aveva un munito castello e lì presso credesi per alcuni la Commedia di Plinio pur fosse») a Mandello (con «il palazzo dei marchesi Airoldi, il quale veduto da lunge, parea sorgere di mezzo alle onde») passando per l'«enorme e gibbosa rupe» di Olcio dalla quale si «cavarono i pilastri di marmo nero per il tempio maggiore di Como, quando trovati ancora non erano i marmi bianchi di Musso». Arrivando alla «Badia così detta dei Benedettini che vi dimoravano» e al promontorio Roboreo. «Poscia di qua e di là s'ergono dismisurate rupi ed orrendi scogli onde tratto tratto cadono uomini e sassi». I sassi, sappiamo, cadono in abbondanza ancora oggi. In quanto agli uomini, Bertolotti rievoca la vicenda di quel Lodovico Savelli già raccontato nel Cinquecento da Paolo Giovio.

E in faccia a queste rupi, le cave di calce e le ventiquattro fornaci «ed è bello nei silenzj di notte senza luna» navigando sul lago «vederle simiglianti agli antri dei Ciclopi, ed alle bocche di Averno, e contemplare gli operaj che quasi sinistre ombre si aggirano intorno a quegli splendori. Riflettono le onde l'incendio, e sembra che la fiamma tremolando erri sull'increspata faccia del lago». E Paré che è «il centro del commercio di questa calce». E Malgrate, patria di Francesco Reina, «raccoglitore e signore di una delle più scelte e più ricche librerie che v'abbia in Italia».

Andrea Appiani avrebbe detto che il ramo di Lecco fosse più pittorico di quello di Como, con ciò intendendo i «variatissimi e gigantissimi contrasti» con la Natura che vi ha adunato quanto di più gentile e terribile, anche se due viaggiatori potrebbero esprimere giudizi differenti anche solo per l'ora in cui hanno guardato questo paesaggio: il lago di Lecco che, visto dal ponte, ricorda gli alpestri laghi svizzeri; e «lo scosceso ed aspro monte, sul cui dorso biancheggia una cappelletta, ove, di quinci guardando, non parrebbe dovesse il piè dell'uomo arrivare» ed il monte San Martino che ancora oggi stupisce il forestiero; «di fronte allargasi la bella e fertile e dall'alto piacevolmente dichiarantesi valle, di villaggi di edifizj da rame da ferro da seta, di altere ville e di modeste case ripiene»: così si presenta Lecco che il Bortolotti definisce «insigne borgo» ma anche «novella città» anticipando così la "promozione" solo annunciata dal Manzoni. La quale Lecco «per quanto concerne alle arti belle, nulla ha che possa invogliare l'intelligente straniero, ma il naturalista e l'economista vi si fermano con piacere ad osservarvi i prodotti della natura, i lavori delle arti meccaniche, quella già cantate dal Foscolo nella "Grazie" con il «maglio domator del bronzo». Tra le attrattive, inoltre, il mercato del sabato e le grotte di Laorca le cui stalattiti sono state distribuite in tutta la pianura lombarda per le grotte artificiali nei giardini all'inglese.

Copertina edizioni Valentina 1988 e ristampa anastatica seconda edizione

In queste note ci siamo soffermati sulle pagine lecchesi del "Viaggio", ma sarebbe un peccato tralasciare completamente la parte comasca che è più colorita e fa trapelare le emozioni provate dall'autore durante la sua villeggiatura. Alternando l'esposizione oggettiva al diario personale, si capisce che Bertolotti attinge a ricordi autentici, mentre il "ramo di Lecco" sembra più un doveroso completamento dell'opera, fatto probabilmente "a tavolino" e pertanto più distaccato, più freddo. Parlando del Lario comasco escono bozzetti di una certa grazia come la descrizione della clientela che affolla l'albergo della Corona: «La varietà de' passeggieri adescava gli sguardi dell'osservatore. V'era un Pari della Gran Bretagna colla onorevolissima sua metà, formanti più di un secolo e mezzo tra amendue: la corona (coronnet), insuperabile argomento d'invidia ai Cresi della borsa di Londra, soprapposta alle arme pinte sulla loro carrozza, m'indicava le ducali loro prerogative. E' d'uopo trovasi ben disagiati in patria, od essere stranamente travagliati dalla febbre dei viaggi, per correr di propria scelta le poste di un piede già nel sepolcro. Questi novelli Bauci e Filemone eran serviti da quattro giganti irlandesi, ed una donzella francese, "furbetta d'occhio omicida", presiedeva alla toiletta della rugosa Miledi. V'erano pure quattro fanciulle scozzesi, vestite di panno tanè, calzate in bruno e col volto nascosto per due terzi da uno smisurato cappello nero. Ma il candore dello scoperto lor collo più risaltava per fosco della loro acconciatura e la serpeggiante linea delle giovenili lor forme irresistibilmente attraeva quegli sguardi a cui parevan volersi sottrarre. L'attempato lor genitore le conduceva da tre anni in giro pel continente; quai pellegrine di un altro pianeta, elle riguardavano le cose nostre come appartenenti ad una natura affatto dalla loro diversa. Col silenzio e l'austero contegno di questi Britanni contrastavano la garrulità di un duca napolitano in compagnia di una pretesa dama romana i cui il teatro della Fenice ha veduto le capriole accompagnate dai fischi, e l'insolenza di alcuni artisti prussiani, vestiti alla germanica, che per aver militato nella landver o nella landsturm, si reputavano i liberatori del settentrione e si usurpavano gli onori dovuti ai ghiacci della Russia ed alla fame».

E questo accenno basti a dare l'idea.



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Dario Cercek
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