Scaffale lecchese/150: i 180 anni del Teatro della Società in una serie di volumi

C’era una Società di filodrammatici nella Lecco della prima metà dell’Ottocento. Fondata, forse nel 1814 o forse più avanti, da Lorenzo Agliati, avvocato ed esponente della blasonata famiglia lecchese con villa a San Giovanni. Per le recite aveva chiesto ospitalità agli alberghi cittadini. Prima all’Imperiale sulla riva del lago e poi al Leon d’Oro in quella che era la Contrada Larga.

E proprio al Leon d’oro avrebbe dovuto metter mano l’architetto Giuseppe Bovara per realizzarvi una sala teatrale a tutti gli effetti. Non se ne fece niente, ma il progetto venne buono qualche anno più tardi – si legge - per realizzare quello che sarà il Teatro della Società di Lecco. Che oggi si avvia a compiere i 180 anni, essendo stato inaugurato nel 1844. Certo l’anno, più incerto il giorno: la data esatta pare essersi persa. Se Gianfranco Scotti resta sul generico («inaugurato nell’ottobre 1844»), Arnaldo Ruggiero indica il 23 ottobre, ma sappiamo da Pino Tocchetti che la rappresentazione del 23 ottobre era la cosiddetta beneficiata (consuetudine teatrale dell’epoca che prevedeva una serata a beneficio dell’attore di grido, nel nostro caso una cantante lirica, il soprano Luigia Ponti) e non quindi una “prima”. Lo stesso Tocchetti, pur preciso su altre date, se ne resta egli pure su un generico ottobre. Però, l’anonimo cronista di una rivista milanese coeva, parla della «sera di sabato 28 settembre».
Comunque sia, è proprio entro la fine del prossimo anno che il Comune confida di restituire alla città la sala chiusa dal 2017. Una interruzione nell’attività che non è del resto una novità nella storia del nostro teatro che rischiò addirittura d’essere abbattuto.

E qualche problema doveva esserci anche negli anni Trenta del Novecento. Infatti «s’affaccia or sì or no, sui fogli cittadini, l’annoso problema del teatro sociale»: così il già citato Tocchetti principiava la sua breve monografia dedicata appunto al teatro lecchese e uscita nel 1938 per le “Edizioni della rivista Lecco”.

Circa trent’anni dopo se ne sarebbe invece occupato Ruggiero (“Storia del teatro della Società di Lecco”, Bartolozzi Editore, anno 1967): il volumetto usciva all’indomani della decisione del consiglio comunale lecchese di procedere alla ristrutturazione del teatro in stato di abbandono dal 1951 e alla vigilia quindi della nuova “era”.

Nel 1990, la Cbrs Editrice di Claudio Redaelli avrebbe pubblicato “Il teatro di Lecco, quasi un secolo e mezzo di storia” di Gianfranco Scotti. Di Scotti è tra l’altro reperibile anche un “superbigino” (“Il teatro di Lecco e la sua storia”) che è il testo di una conferenza tenuta nel 1996 al Rotary club. Si era, anche in quell’occasione, alla vigilia di una riapertura dopo un altro periodo di attività interrotta.

Allo stesso Rotary club, tra l’altro, si deve un più corposo volume, curato da Rosa Bezzola Ghigo e uscito nel 2007: “Il Teatro della Società di Lecco. 1844-2007”) con contributi di Katia Lara Angioletti, Camilla Guaita e Alberto Bentoglio. 

Come detto, in origine furono i filodrammatici dell’Agliati il cui scopo era «procurare ai signori di queste terre ed ai suoi amici, necessariamente della classe civile e di moralità senza macchia, un divertimento onesto ed istruttivo». E’ poi nel 1823 che prese corpo l’idea di erigere un vero e proprio teatro per il «miglioramento dell’istruzione, della costumatezza e della civilizzazione e di sempre più risentito ribrezzo al vizio, alla scioperatezza ed al delitto.».
Ma passarono poi vent’anni perché si mettesse finalmente mano all’opera. Ma una volta presa la decisione, si bruciarono i tempi e nel giro di nemmeno dodici mesi il teatro sorse dal nulla. Fu nel dicembre del 1943 che la commissione di Pubblico Ornato approvò i disegni del Bovara che «si ispira dichiaratamente alla lezione piermariniana della Scala di Milano» osserva Scotti: sino agli ultimi decenni dell’Ottocento e ancora nei primi anni del Novecento «il modello scaligero, pur con frequenti varianti a volte di rilievo, era considerato l’unico che si addicesse al decoro di un Teatro comunale e che rispondesse a quei requisiti di funzionalità che tanto venivano apprezzati nel teatro del Piermarini».
La stesura del progetto e la sua realizzazione fecero comunque registrare qualche imprevisto, una dilatazione delle spese previste inizialmente e qualche discussione. Per esempio: «nei primi anni dopo la sua costruzione, la facciata del Teatro presentava un portico a tre fornici; i portoni di accesso si trovavano dove oggi si aprono le tre porte di cristallo affumicato che dividono l’ingresso dall’atrio. Questo portico era tutto ciò che restava dell’idea originaria del Bovara il quale aveva previsto un corpo aggiunto alla facciata del Teatro, non diversamente da quanto aveva realizzato il Piermarini alla Scala. Pare che difficoltà di ordine finanziario avessero indotto la Società dei palchettisti ad eliminare l’avancorpo, cosicché il portico risultò inglobato nel volume della facciata. Del resto, è certo che il Bovara aveva concepito un edificio molto più vasto ed articolato e che dovette poi ridimensionare il suo progetto a causa dei costi ritenuti eccessivi dalla committenza»
Nella società del teatro – scrive ancora Scotti – «sono rappresentate le più cospicue famiglie della città e del territorio. Troviamo così l’ingegner Francesco Brini, imprenditore serico, proprietario della grande villa già Manzoni sulla piazza della chiesa di Castello; (…) l dottor Francesco Resinelli, notaio e industriale; Carlo Torri Tarelli, padre dei cinque eroi garibaldini; i fratelli Gavazzi di Valmadrera, imprenditori serici; Giovanni Maria Stoppani, commerciante lecchese padre di Antonio e molti altri esponenti dell’elite economica e sociale del tempo. (…) Lecco si allineava così ad altri centri lombardi che in quegli anni o poco prima, si erano dotati di un edificio teatrale grazie all’intraprendenza delle pie più cospicue ed avvertite famiglie che potevano in tal modo disporre di un luogo in cui, oltre ad assistere a spettacoli e concerti, potevano anche intrattenere e rafforzare i rapporti sociali.»
Aperto il cantiere a gennaio 1844, nell’autunno si arrivava dunque già all’inaugurazione con l’Anna Bolena di Gaetano Donizetti intrepretata appunto dall’allora celebre soprano Luigia Ponti.
Stracitata è la “rievocazione” di Tocchetti: «Serata piovigginosa. Un’acquerugiola fitta e sottile cadeva per le vie poco illuminate del borgo dove qualche raro passante incappucciato, rasente i muri, s’allontanava frettoloso. Ma nella piazza del Prato era tutt’altra cosa. C’era, attorno, un’animazione insolita e diffuso un sentore di festa ancor più accentuato dal viavai delle carrozze che riempivano di fragore le strade selciate battute dai gendarmi nobilitati in maggior numero di quello che non solesse, nel timore forse che l’eccezionale avvenimento sollevasse qualche manifestazione “poco favorevole e ancor meno gradita all’Imperial Regio Governo”». Si era ancora sotto la corona asburgica e v’era già aria di spirito risorgimentale. E la leggenda vuole che «tra il fragore degli applausi che accolsero gli artisti all’alzarsi del velario, un grido proruppe di “viva l’Italia”».
In quanto ai cartelloni, Ruggiero scrive: «La Società del Teatro si attenne a questo criterio: dare un corso di spettacoli di prosa nella stagione di carnevale che allora si faceva decorrere dal giorno di Santo Stefano sino al “sabato grasso”; d’autunno, in coincidenza con la Fiera del bestiame d’ottobre, allestire una stagione lirica».
All’epoca, tra l’altro, le compagnie si fermavano a lungo anche nelle piccole città di provincia, mettendo in scena anche più di un dramma o di un’opera. E nonostante l’ironia di Antonio Ghislanzoni («Un teatro, dove nel corso di vent’anni si calunniarono i migliori spartiti»), le proposte sono sempre state più che dignitose. Allora e poi anche fino ai tempi nostri. Non solo litica e prosa, comunque. Il teatro è sempre stato anche luogo di incontro, di convegni, di comizi.
I libri di Ruggiero e di Bezzola Ghigo si soffermano su alcune stagioni e sulle compagnie che facevano tappa a Lecco e sugli interpreti di vaglia che hanno calcato il palcoscenico del Sociale. Qui ci limitiamo a riportare l’infausto episodio del 1915: «Gli spettatori lecchesi – scrive Angioletti -  hanno l’opportunità di assistere a una sequenza di spettacoli recitati da un altro grande interprete del teatro di prosa italiano: Oreste Calabresi. (…) I trionfali spettacoli della Compagnia diretta da Calabresi sono certo da annoverarsi fra quelli che lasciano più profonda traccia nella storia del Teatro della Società. Il ricordo più vivo legato all’eccellente artista è, tuttavia, da ricondurre, probabilmente, a una circostanza assai meno gradevole: Oreste Calabresi (…) colpito da un letale attacco di apoplessia, si spegne il 18 febbraio 1915 nella casa del segretario della Società del Teatro, Edoardo Pizzi» e viene sepolto al cimitero monumentale cittadino.

La struttura subì poi nel corso degli anni ulteriori rimaneggiamenti. Nel 1884 fu aggiunto «un corpo prospiciente l’odierna piazza Mazzini. (…) che snaturò forse la misurata armonia di proporzioni del Teatro, ma che si rivelò poi provvidenziale per la sua stessa sopravvivenza» e nel 1930 sarebbe stata aggiunta la cosiddetta abside nella parte retrostante soppressa poi negli anni Sessanta quando venne abolita anche la veranda davanti al caffè che ora si vuole ripristinare, naturalmente secondo linee più moderne.
L’anno fatidico fu petò il 1951. «Dichiarato inagibile – scrive Scotti - abbandonato dai palchettisti che non volevano mettere mano al portafoglio per coprire le urgenti spese di consolidamento della struttura, il vecchio edificio del Bovara fu chiuso e il suo destino sembrava irrimediabilmente segnato. Da più parti se ne reclamava l’abbattimento. Dopo anni di completa inattività, l’elegante mole del teatro era diventato un tetro palazzo dimenticato da tutti, un ingombro che molti avrebbero sacrificato senza rimpianto. (…) Nella nostra città erano in molti a non accettare la fine ingiusta del Sociale. La stampa locale ripropose infinite volte il problema, mentre un comitato per il Teatro fondato [da Giacomo] De Santis, non perdeva occasione per riproporre all’opinione pubblica l’annosa questione della mancanza di un Teatro con dibattuti e articoli. (…). Il comitato ebbe però dei convinti alleati in due sindaci di Lecco, Angelo Bonaiti e Alessandro Rusconi. Fu infatti grazie alla loro tenacia e alla loro determinazione se il Comune riuscì ad acquisire la proprietà dell’intero edificio, operazione facilitata dalla generosità di molti palchettisti che cedettero gratuitamente le loro quote di proprietà». A fronte di molti generosi, ci fu naturalmente anche chi «non volle accedere al criterio della donazione» come osserva Ruggiero.

I nomi dei palchettisti li troviamo (tutti) nel libro di Ruggiero che segnala «il palco che dalla fondazione restò più a lungo nei discendenti in linea retta della stessa famiglia è quello (…) assegnato nel 1843 al dottor Luigi Martelli» che passò poi ai figli Mario e Camillo con quest’ultimo che nel 1936 lo vendette a Ulisse Guzzi che appunto nel 1966 lo donò al Comune. Tra le varie vicende dei palchi vi è inoltre «la dolente istoria» del palco ereditato da Antonio Ghislanzoni costretto poi a cederlo per il mancato versamenti di alcuni canoni. Ne abbiamo parlato a proposito dei rapporti tra Ghislanzoni e il Teatro.
La sera del 19 dicembre 1966, il consiglio comunale di Lecco deliberò la ristrutturazione del Teatro e nel 1967 ebbero inizio i lavori e il 3 novembre 1969 il teatro riaprì i battenti: in scena “Una delle ultime sere di Carnovale” di Carlo Goldoni. Fuori, un gruppo di manifestanti contestava «la riapertura di un teatro borghese e classista».
Fu in occasione di questi lavori di restauro, tra l’altro, che i vigili del fuoco ordinarono «che per ragioni di sicurezza antincendio sulla volta venisse steso uno strato di amianto», quello stesso amianto che sarà tra le cause della chiusura di questi anni. Oggi ne è stata accertata la cancerogenicità, allora era ritenuto barriera insostituibile contro il fuoco. Venne così cancellato il dipinto originale, «un’apoteosi mitologica secondo il gusto dell’epoca» scrive Scotti, realizzato nel 1844 da Andrea Mantegazza. Si tratta dello stesso artista che realizzò anche il velario raffigurante l’entrata in Lecco di Azzone Visconti : « Più tardi – ci racconta Ruggiero -, nel 1892, il Mantegazza, saputo che si volgeva restaurare il teatro, propose di “rifare” il vecchio telone; egli si impegnava a ridipingerlo, con la raffigurazione di un’allegoria dei “Promessi sposi”: la sua proposta però non venne accolta dalla direzione del Teatro, la quale ritenne il soggetto troppo comune».

 In quanto alla volta, restò bianca fino al 1979 quando Orlando Sora realizzò il suo Teatro della Vita, «una specie di grande teatro del mondo di remota memoria, nel quale l’uomo torna a combattere ogni giorno le sue battaglie, nella ricerca della verità» come scrive Eligio Cesana, avvocato di rango ma anche critico d’arte e a sua volta buon pittore, nel libro realizzato dall’associazione degli “Amici di Orlando Sora” e pubblicato dalla Banca popolare di Lecco proprio del 1979. Cesana ci racconta anche della gestazione sofferta di quell’opera: «Sora il 4 maggio 1979 decide che rinuncerà all’incarico, scriverà una lettera per dire che non gli è possibile procedere: era il giorno in cui per la prima volta poneva mano alle tre figure che sovrastano il palcoscenico. La materia, dice. “era la più ingrata ch’io abbia mai trovato”. Il lavoro è stato realizzato infatti sopra una superficie fortemente bagnata, costituita da un impasto di fibre di amianto con cemento, su cui il legante dei colori, a base di resine acriliche, tardava a far presa. Gravavano sull’artista, in quel momento, tutti i timori, tutte le paure, sapendo che quella sua opera sarebbe stata poi sottoposta al giudizio di tutti».
Nel 1992, «non rispondendo più alle nuove norme di sicurezza anticendio, il Sociale conobbe una seconda chiusura e furono tre lunghi anni di inattività durante i quali si temette che il glorioso Teatro non potesse più risorgere». I lavori di adeguamento consentirono la riapertura nel dicembre 1995.
Poi si esce dalla storia e si entra nella cronaca con la chiusura avvenuta nella primavera del 2017, i lavori avviati nel 2020 e la riapertura annunciata entro la fine del prossimo anno.


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Dario Cercek
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