SCAFFALE LECCHESE/147: ''Un curato di campagna'' nelle pagine di Carlo Ravizza

Un secolo prima del più celebre parroco raccontato dal francese Georges Bernanos, già esisteva un curato di campagna e svolgeva il proprio ministero più o meno tra Dolzago e Colle Brianza. Come leggiamo nel libro "Un curato di campagna. Schizzi morali": l'autore è Carlo Ravizza, milanese, docente e patriota come sintetizzano le voci enciclopediche, esponente del cosiddetto cattolicesimo illuminato, tra l'altro beneficiato in gioventù da Alessandro Manzoni che gli consentì di completare gli studi. Collaboratore del "Politecnico" di Carlo Cattaneo, ebbe vita breve: nato nel 1811 morì nel 1848. Ed ebbe un funerale movimentato: le autorità austriache - leggiamo nel Dizionario biografico della Treccani - hanno «cercato di far passare sotto silenzio le esequie, imponendo che fossero celebrate all'alba e senza pubblicità alcuna. La notizia tuttavia trapelò: amici e allievi si diedero appuntamento nella chiesa di S. Carlo e poi al cimitero (...) dove un picchetto di guardie armato impedì loro l'accesso».

Ritratto di Carlo Ravizza

 

"Un curato di campagna" venne pubblicato nel 1841, anche se l'edizione definitiva, arricchita di alcuni capitoli, è la seconda, apparsa ormai già postuma nel 1852. Una terza edizione nel 1869 ne testimonia un successo non del tutto passeggero. Per quanto riguarda i tempi più recenti, nel 1990 le Edizione dell'Orso di Alessandria ne hanno proposto un'edizione anastatica curata da Elvira Favretti, docente di scienze letterarie e filologiche.
Si tratta di un'opera che rientra in quel filone pedagogico particolarmente fiorente nell'Ottocento. In questo caso, lo sguardo è rivolto alla figura dei parroci. Spiega Favretti: «La storia progredendo aveva reso anche più necessaria che in passato l'azione di chi nel contado colmasse i vuoti dell'amministrazione centrale. Ma a quali persone se non ai parroci toccava, con la cura delle anime, assistere, educare, guidare gli sprovveduti parrocchiani nella loro attività d'ogni giorno? Anche coloro che non stavano dalla parte del liberalismo cattolico potevano accettare o addirittura caldeggiare siffatta soluzione». E non è fuori luogo ricollegarsi al Manzoni: «Con la figura del curato di Chiuso [don Serafino Morazzone] aveva dato nel "Fermo e Lucia" l'anti-don Abbondio. Coloro che si sono risentiti dell'irriverenza del laico Manzoni nel mettere alla berlina un ministro, sia pur minore, della chiesa cattolica, potrebbero lasciare i "Promessi sposi" e tornare alla minuta del romanzo per sentirsi risarciti: non tutti i curati ci campagna, nemmeno nel Seicento, erano della pasta di don Abbondio».
Nel "Curato di campagna" la voce narrante è quella dello stesso autore che in gioventù villeggiava in Brianza: «Nell'autunno del 1834 - è l'incipit -, compiti gli studi all'Università io aveva preso a pigione una tranquilla casetta a mezza la costa, che da Dolzago sale a Nava e al monte di Brianza. Io mi deliziava nella bellezza di que' paesaggi, ora tra facili colline che si curvano ad abbracciare una valle sparsa di paesetti e di ville, ora sopra poggi, di dove lo sguardo si perde per la gran pianura lombarda. (...) Tra gli ameni dintorni mi soffermavo più sovente sul sacrato della chiesa parrocchiale in cima di un monticello, alle cui falde stanno a sopracapo l'un l'altra le umili case del villaggio».

Copertina 1841

In questo modo, il narratore fa la conoscenza con il parroco del luogo, «un uomo che non dimenticherò mai più».
Il ritratto che ce ne viene offerto è già un'agiografia, il profilo già quasi di un santo. Ma è artificio per elencare le doti delle quali un curato di campagna dovrebbe essere in possesso. Osserva ancora Favretto: «Lo stile del Ravizza risponde agli intenti del buon pedagogo, che guarda con interesse il mondo nel quale vive il curato, ma è diverso dai personaggi di quel mondi, e il suo scopo non è fare un resoconto realistico, ma insegnare, conservando la posizione distaccata di borghese illuminato».
Non è un caso che il prete in questione non abbia nome così come non se ne conosce la parrocchia. Di lui ci viene detto solo che «era nato a Robbiate, un bel paesello alle falde d'un piccol monte che bagna le sue radici nell'Adda», che aveva studiato prima al collegio dei salesiani di Merate e poi, trasferitasi la famiglia a Milano, all'università di Pavia per passare infine al seminario e diventando prete a 27 anni. Più avanti nel libro, il Ravizza ricorda una serie di parroci brianzoli, ritenendoli degni probabilmente d'essere indicati quali esempi: quello di Robbiate, il curato Vitali di Dorio, il De Capitani di Viganò, l'abate Caglio di Merate, il curato Bonfanti di Nava, l'abate Sirtori di Sirtori e alcuni altri ancora, «tutti morti che non è molto». Ed è proprio a questi che qualcuno ha guardato con l'intento di dare un nome all'anonimo curato. Senza peraltro riuscirvi, al netto di ipotesi e suggestioni.
Quando il buon curato prese possesso della sua nuova parrocchia, questa era «una vigna imboschita» e «si viveva come Dio vuole, o, per dir più giusto, come Dio non vuole» e del resto i fedeli del luogo erano rimasti « più di due anni senza curato, perché a Milano avevano altro a pensare che a noi; e o si andava noi alla più vicina parrocchia, o veniva le domeniche qualche prete in paese: ma ognuno faceva a modo suo. Si figuri: c'era molti di quelli ch'erano andati a Oggionno a ballare attorno a quel palo col berretto in cima che si diceva l'albero della libertà, e chi sa cosa avevano imparato laggiù!».
Atteso o meno, l'ingresso del nuovo pastore non fu dei più facili per via di certe abitudini che la popolazione non lasciava di buon grado e gli stessi preti del circondario dicevano «che egli volea troppo, e non avrebbe già raddrizzato le gambe ai cani, e cose simili. Ma egli... fermo: faceva il bene e lasciava dire il male»
Del resto, «quando egli venne paroco in quel paese, ne trovò una parte pressoché selvaggia. V'erano ancora non pochi tuguri, e talora uomini e bestie abitavano un sol camerotto basso, cupo, con un buco di finestra, senza camino, senza soffitto, senza impannate, colle pareti grommose, con un pavimento così immondo e ronchioso che l'acqua vi facea molte pozze, e sovente un'intera famiglia dormiva in un sol letto, quando non c'erano quelli che si pigliassero il terreno per giaciglio o volessero andar a dormire a sereno insaccati sul pagliajo»
Ciò nonostante, la campagna era meglio della città e di altri luoghi, poiché «i profitti sono quasi sempre in proporzione del lavoro e dell'accorgimento nel prevedere e seguire le leggi della natura. Nessuno può temere di morir di miseria: nessuno può sperare in rapidi e grandiosi guadagni. Qui non si vedono quasi mai i precipitosi rovesci di fortuna»
Il sacerdote si diede da fare «per migliorare le condizioni della parrocchia, non dico solo nell'aspetto morale e religioso, che questo era il suo dovere, ma ben anche in quanto ai bisogni economici e materiali. Introdusse una manifattura per occupare gli uomini ne' giorni piovosi e nelle lunghe sere dell'inverno. Diede mano ad aprire una scuola elementare; e non contento di prendere egli la direzione, e d'insegnare il catechismo, aggiunse un istradamento agrario per la coltura trasandate e sconosciute».
Si adoperò «perché in quel dintorno, riunendo gli sforzi de' più agiati benefattori ed anche d'interi comuni, si erigesse a sollievo della povera gente un ospedaletto tranquillo, pulito, amorevole» e si distinse inoltre per alcuni episodi caritatevoli come il sostentamento a un bambino esposto e l'assistenza a un giovane sordomuto o più semplicemente l'accompagnare per chiese il «contadinello nato pittore» a rimirar le tele di Andrea Appiani e Marco d'Oggiono.
Istituì una scuola femminile: «La moglie d'un artigiano che aveva qualche zolla di suo, si era adattata volentieri a ricevere in casa un poco ogni giorno le ragazzine più svegliate del paese per dirozzarle nel leggere, scrivere e conteggiare, e soprattutto per addestrarle a cucir di bianco e a rattoppare». E naturalmente la scuola festiva rivolta agli adulti - secondo i dettami delle riforme di san Carlo Borromeo - per dare al popolo un'educazione più che un'istruzione e nel contempo tenerlo lontano sì da divertimenti peccaminosi ma anche dalle osterie «dove gli uomini andavano a sciupar denaro e a perdere il piacer del lavoro» ed era autentica piaga sociale.
Con tutto che anche l'istruzione presenta i suoi rischi. Però va detto che «i contadini che sapevan leggere, là non eran di quelli che metton la bocca in tutto e sputan sentenze a ogni passo, e s'impiccian nei fatti altrui, e pretendono correggere il fattore e il padrone, e non vogliono più credere ne anche al signor curato. (...) Il proverbio poi, "villano istruito" è "villan ladro", si trovò che è una bestemmia. Alcuni andavano dicendo che l'istruzione in campagna non fa che dei maligni. Bisognerebbe che costoro sperimentassero un pochino la malignità dellignoranza!»
Nello stesso tempo, il curato «stava attento perché i talenti speciali, che la Provvidenza a larga mano dissemina per le campagne, non andasser perduti; ma sapeva ad un tempo che non è savio consiglio togliere troppo spesso all'agricoltura i contadinelli di più svegliato ingegno per metterli sur un'altra via, che non è sempre la lor vocazione, quantunque paja in sulle prime»
E comunque «il medico e il curato non volevano che si sottoponessero i giovincelli prima de' sedici anni al pesante lavoro della vanga, e guai se avessero veduta una donna adoprata in tali uffici! Non volevano neppure che le famiglie inviassero i figlioli prima de' dodici anni a rattaccare i capi della seta e le tenere fanciullette a incannare per tutto il giorno ne' filatoi, togliendo gli uno e le altre alla scuole».

Con l'insegnamento religioso sempre al primo posto perché «che sarebbe di questa povera gente senza la religione? Per sapere quanto ella possa sulla loro felicità e sui loro costumi, bisogna esser vissuto tra loro per alcun tempo in una campagna appartata da tutte le cure del mondo: bisogna essere entrato più volte in que' ruvidi abituri, e tra donne sfiorite, intente ai bambini, tra gli assidui aspi stridenti, intorno a que' fuochi su cui bolle il povero desinare, aver veduto il silenzio de' coltivatori che tornano riarsi dai campi bisogna aver pregato con essi in una chiesa solitaria sia che s'implori il sole o la pioggia, o sia che si ringrazi per la diffusa fertilità». E del resto, proprio in quegli anni in cui il paese restò senza guida s
Scarna la geografia dei luoghi in cui il nostro curato trascorre i suoi giorni: «quella stradetta che mena a Ello, e che (...) tanto piace, perché da un canto, così alta com'è, guarda i laghi del pian d'Erba, e dall'altro vien giù tra i sassi quell'acqua così limpida e buona», la Bevera utile a lavare i panni poi stesi al sole «ad imbiancare», il mercato di Santa Maria Hoé dove si recava la povera gente che - in certi periodi di siccità - spingeva «innanzi di malavoglia la vaccherella od il bue che menavano a vendere» e «ogni mercoledì si vedevano tornare indietro più pensierosi ed afflitti, colla provvista del grano che rincarava ogni giorno».
Poi pagine di storia, come all'epoca in cui Ravizza scriveva era pressoché d'obbligo inserire in un libro d'istruzione: la Brianza, Gaetana Agnesi e Montevecchia, la costruzione del canale di Paderno, il colera, la gita a Bosisio e il ricordo di Giuseppe Parini, la visita alla chiesa di San Salvatore e al Buco del Piombo sopra Erba.
Allontanandosi al curato, il narratore è spiaciuto nel dover lasciare «una vita così tranquilla e contenta» alla quale avrebbe ripensato avanti col tempo, quando «compiti gli studi (...) io mi soffermava sbigottito a guardare le tumultuose vie della società e della vita, e non senza dolore pensava alla pace studiosa de' trascorsi anni.(...) I consigli che il valente amico mi diede, placidi, affettuosi, ri reati d'una sapienza leale e religiosa, mi rinfrancarono non poco il coraggio, e negli eventi della vita, più li misi in pratica, più li trovai veri ed opportuni».



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Dario Cercek
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