SCAFFALE LECCHESE/136: ''Asteroidi'', una raccolta di poesie dell'abate Antonio Stoppani

«Ignoti per lungo volger di secoli; privi di luce propria; invisibili allo sguardo più acuto; famosi soltanto perché tanto piccini: eppure lanciati con orbita certa sul cammino degli spazi infiniti e palpitanti dello stesso misterioso per cui aspirano i pianeti, con perpetua ridda, al centro della potenza e della luce»: sono gli "asteroidi" così come li descrive il nostro Antonio Stoppani. E "Asteroidi" è il titolo che lo scienziato e religioso lecchese ha voluto dare a una propria raccolta di poesie pubblicata nel 1879, tre anni dopo "Il bel paese", il libro di divulgazione scientifica che gli avrebbe dato imperitura fama.

 

In quanto all'estro poetico, forse lo stesso Stoppani si rendeva conto non fosse dei più brillanti visto che, rivolgendosi al lettore, si chiedeva se, così come gli asteroidi «hanno certamente la loro parte nella grande natura del mondo», pure «questi poveri carmi» avranno la loro parte «nella grande prestabilita armonia del mondo intellettuale e morale». Però aggiungendo che almeno non avrebbero fatto danni, a differenza di tante altre opere che si stampavano: «Né vi sarà tra' buoni chi voglia fare il viso dell'arme a questo innocuo volumetto, quando rifletta che, in tanto diluvio di prose e di versi intenti a distruggere nell'uomo, col sentimento della propria dignità, ogni idea di Dio e di Provvidenza, non può esser di troppo uno scritto qualunque il quale ha per mano la buona intenzione di sollevarlo o mantenerlo in quell'aura serena di amore, di fede e di speranza».
In effetti, l'opera poetica dello Stoppani è ben poco conosciuta, materia da cultori. Trent'anni fa, nel 1991 e cioè in occasione del centenario della morte dell'abate, fu la sezione lecchese del Cai a riproporla proprio pubblicando l'edizione anastatica di "Asteroidi", «introvabile anche presso le librerie antiquarie» come si legge nella premessa dell'allora presidente dell'associazione alpinistica Peppino Ciresa.

Il busto di Stoppani davanti al rifugio Rosalba in Grigna

 

Del Cai lecchese, fondato nel maggio 1874, Antonio Stoppani fu del resto il primo presidente. Seppur solo simbolico. Essendo già presidente del Cai Milano, fondato pochi mesi prima, nel novembre 1873. E infatti cedette pressoché subito le redini a Giovanni Pozzi.
Parte fondamentale del libro è un poemetto dedicato al Sasso di Preguda, frequentata meta d'escursioni sulle pendici del monte Moregallo.
Spiega lo stesso Stoppani: «Il Sasso di Preguda, nome che sarebbe, per avviso dell'autore, una corruzione di "pietra-acuta" o "pietra-guzza", mentre gli convien perfettamente per la sua forma, è uno dei pochi superstiti di quella immensa congerie di "trovanti", ossia di grossi massi erratici di granito sparsi già sul rilievo che separa i due rami del lago di Como e nella Brianza, fino ai limiti settentrionali della pianura milanese». E prosegue polemico: «E' incredibile lo spreco che se n'è fatto in servizio all'edilizia dell'alta Lombardia, e nella stessa capitale, dove quasi non v'ha stipite, davanzale, architrave, colonna, gradino di scala, paracarro, avello, specialmente se non di recentissima fattura, che sia composto d'altra roccia, mentre un briciolo non ne fu mai portato dalle alte montagne dov'essa si trova veramente» Vale a dire dalla Valtellina e dalla Val Chiavenna. Trascinati nell'era glaciale «quando le due valli dell'Adda e della Mera formavano il letto di due grandi ghiacciai che si riunivano al confluente delle stesse due valli, per continuare, congiunti in uno, la loro via entro la gola occupata allora dal mare»
Quello di Preguda «se non è uno dei trovanti più voluminosi, è certamente uno dei più distinti tanto per la sua forma quanto per la sua posizione singolare, trovandosi isolato sopra uno sperone di monte molto stretto, quasi a piombo sul lago stesso; sicché si vede benissimo da Lecco, che gli sta quasi di faccia. Da quell'altura si gode una vista stupenda, dapprima sul lago stesso (...); poi sulla città e sul territorio amenissimo di Lecco e sulle circostanti montagne; finalmente sulla Brianza e sulla pianura che sfuma fino alle basi dell'Appennino».
Per arrivarvi, «la gita non costa che una breve ora di salita, la quale, confortata da ombre deliziose e da fresche sorgenti, sarà trovata appena faticosa anche da chi non sia avvezzo alle montagne. (...) Sulla sommità del Sasso di Preguda è piantata una croce di ferro, la quale indica come esso segnava uno delle così dette "stazioni" nelle processioni di penitenza che si facevano sulle alture dal popolo di Valmadrera».

Quando Stoppani vi salì - il 27 maggio 1878, come annota minuziosamente - ancora non vi era la chiesina intitolata a Sant'Isidoro proprio addossata al masso e inaugurata nel 1899, nove anni dopo la scomparsa del geologo.
L'incontro del quale con quel masso adagiato sul piccolo pianoro, ha qualcosa di magico. Il geologo, salito fin lassù, ricorda le volte in cui «su per gli aspri gioghi» dei monti «Affaticò i miei passi la pungente/ Brama insaziata di strappar l'enigma/ Del passato alle rupi! ed ora, in seno/ Alla roccia prigione, una conchiglia, / Ora il corallo, or lo spinoso riccio/ Mi disser cose, onde a vergar fui pronto».
Ed è proprio il Sasso a raccontare il pellegrinaggio fin dai tempi in cui «L'antico Oceano ancor l'ire sfruttava», descrivendo il formarsi del paesaggio così come lo vediamo oggi e che deve essere stato una serie di eventi terribili nella loro grandiosità, uno spettacolo terrificante, maestoso e tremendo.
E «Nei notturni silenzi udia frattanto,/ Confuso all'ulular delle cascate/ Negli abissi frementi, il lungo e roco/ Rotolare dei massi, o di repente/ Sfendersi il ghiaccio con orrido scroscio; / Onde al mattino di fendenti atroci/ Squarciati i fianchi alla strisciante mole/ Vedea, ch'irta di cuspidi e di lame/ Di fantastiche guglie e cirri e creste,/ A salde spume e rigide cascate, / Ondosa e rotta, sembra un mar che il gelo/ Nell'impeto afferrò della procella».
Continua il Sasso: «Un giorno io stesso/ Sentii staccarmi dal materno grembo/ Della mia cima. Appena all'Alpi in viso/ Alitò primavera, il pié mancarmi/ Sentii d'un tratto, e sul fatale abisso,/ Tremendo istante! rovesciai la testa./ L'aer fischiava orribilmente, intanto/ Ch'io piombava nel vuoto. Un tonfo orrendo/ Rimbombò per la valle». E allora «Addio mio nido! Addio cima dorata/ Dal primo sol che splende in Oriente».
Non stiamo a seguire l'intero percorso. Semplicemente, dopo tanto andare «Giunsi alfin dove l'Adda rallenta/ Nel paludoso pian che il Lario strozza» e da qui avrebbe guardato passare la Storia: l' "alemanno", le turbe d'Alarico, Eruli e Sciri, «e genti senza nome cui d'Odoacre/ Sull'orme stringe del bottin la sete». E, ancora, i goti, i longobardi e via elencando fino a tempi apparentemente meno turbolenti, «Al popol misto che in tranquilla pace/ Oggi queste pendici e queste valli/ Fa biondeggiar di messi».

Il poemetto è corredato da un dovizioso corredo di note delle quali si scusa: «Generalmente giudicate far torto alla poesia, gli saranno facilmente perdonate dai giovinetti a cui l'autore ha dedicate queste povere pagine». Soprattutto servono all'autore per approfondire gli aspetti scientifici.
E quindi l'escursione del maggio 1878 è stata occasione «di mettere in versi i principali fenomeni che avvennero nell'epoca glaciale e le loro benefiche conseguenze, volendo mostrare, come troppo meglio fu già tentato da altri pochi, quanto sia largo e fecondo in tutti i sensi il campo aperto alla poesia dalla scienza moderna».
Il libro si completa con alcuni "ricordi" dello sfortunato viaggio verso Damasco dell'estate 1874 il cui diario venne pubblicato nel 1888 (CLICCA QUI) con altre poesie e alcune traduzioni da parte dello stesso Stoppani di liriche di autori ormai dimenticati: il francese Eugene Rambert e il tedesco Nicola Claus.


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Dario Cercek
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