SCAFFALE LECCHESE/111: la nostra Provincia e il suo 'catalogo' delle architetture di interesse

Oggi che non si capisce se una provincia lecchese esista ancora, dubitando che sia davvero esistita, capita di ripensare quasi con commozione a certi slanci dei secondi anni Novanta. Che erano, quegli anni, appunto i primi della provincia di Lecco, disegno politico di più generazioni arrivato a compimento. Per quanto fosse il periodo in cui andava disgregandosi la “prima repubblica”, tra la Brianza e le rive di questa parte del Lario c’era quell’atmosfera carica di entusiasmi e aspettative che caratterizza l’alba di un’epoca vista come nuova.
Frutto di quel clima fu anche la “prima recensione delle architetture di interesse storico e artistico della provincia di Lecco”, un censimento di quanto esisteva effettuato in funzione della stesura del piano urbanistico territoriale ma i cui risultati furono poi consegnati a tre volumi pubblicati tra l’aprile e il giugno del 1999 per i tipi di Cattaneo Editore e dedicati ciascuno a un’area geografica specifica: il medio corso dell’Adda, la Brianza lecchese, il lago di Lecco e le sue valli. Nella cornice complessiva dal titolo forse un po’ pomposo: “Sacralizzazioni. Strutture della memoria”. Titolo che l’allora vicepresidente provinciale Elena Gandolfi definiva non casuale essendo «la nostra terra, grazie all’unicità del suo paesaggio, (…) fonte di ispirazione, fin dall’antichità, di artisti, poeti, letterati e uomini a amanti della natura, che attraverso le loro opere hanno impresso un’identità  inconfondibile ai nostri luoghi» e pertanto quella trilogia andava considerata «un itinerario alle radici del passato, un viaggio alla ricerca di indizi e testimonianze di misteriose bellezze, di luoghi dove sopravvive la memoria delle origini personali e della storia. Un viaggio nel tempo, dunque, in cui natura e luoghi si intrecciano in maniera non casuale ai monumenti».

Ne risultò «una prima rassegna di oltre settecento beni monumentali (…) allo scopo di concorrere alla diffusione e alla conoscenza del nostro patrimonio, per aprire spazi di comunicazione con la storia del nostro territorio e ricordare che abbiamo identità vaste e diffuse che provengono e abbracciano l’intero continente. Identità che emergono dai fondali di una storia non cominciata ieri e all’interno della quale il confronto tra passato e futuro gioca un ruolo non secondario».
Dunque, un modo di definire l’identità un po’ incerta della nuova realtà amministrativa.
Anche se «in realtà – riflette l’autore delle “recensioni” che è lo storico Angelo Borghi – è pur sempre mancata in questi territori, fatte salve poche isole, la coscienza che le radici del futuro appartengono in proprio al nostro presente, con la conseguenza dell’accettazione del    patrimonio culturale in termini generalmente funzionali e speculativi». Ciononostante «meravigliosamente emergono i segni delle più diverse stagioni della storia e dell’arte, con capolavori assoluti che evocano una volta di più la complessità delle terre a settentrione di Milano, volta a volta legate all’arco prealpino e alpino, nel Medioevo, alla proiezione metropolitana, nel Seicento e nel Settecento, a quella regionale della precoce e caratteristica industrializzazione dell’Ottocento».
I tre volumi sono certo un catalogo da consultare alla ricerca di informazioni su questo o quell’edificio, ma sono anche una maniera differente di leggere la nostra storia.
Ci sono la chiese, i santuari, i castelli o quel che rimane, le torri ancora imponenti e quelle inglobate in un abitato. Ci sono le ville, quelle dei nobili e quelle della borghesia, le ville di delizia e i palazzi residenziali, ma ci sono anche le fontane, i lavatoi, i cascinali, le filande e le trafilerie.
Una vera e propria mappa, affascinante come sono le mappe: suggeriscono itinerari e consentono una lettura del passato attraverso un sovrapporsi di prospettive.
Non ci soffermiamo, qui, sui luoghi più noti, che pure non sono pochi e certuni di grandi valore e importanza storici e artistici, come per esempio quei «capitoli d’arte assoluta – parole di Borghi - [formati] negli affreschi di Barzanò del secolo X e in quelli delle chiese di Civate del secolo XI, capolavori che confermano il ruolo dominante dell’Alta Lombardia in tutto l’Occidente europeo». Insomma, mica paglia.

Sfogliando la raccolta, preferiamo indugiare perciò su alcuni angoli minori, meno frequentati ma significativi e financo sorprendenti. Con l’avvertenza di considerare gli oltre vent’anni trascorsi dalla pubblicazione. Non breve periodo nel quale qualche cambiamento sarà intervenuto soprattutto per certi edifici civili: vecchi opifici riconvertiti o cascinali recuperati e nello stesso tempo vetusti fabbricati dai quali già allora si segnalava un malinconico declino al quale non è stato posto rimedio. Un paio di casi per tutti: uno è l’affascinante villa De Vecchi di Cortenova in Valsassina per la quale all’epoca, pur «in abbandono e fortemente degradata», poteva forse ancora esserci qualche speranza di restauro, mentre oggi è ormai un rudere irrecuperabile; l’altro, l’edificio liberty del vecchio Cinema Lariano nel centro di Lecco «il più antico fra le costruzioni del genere e (…) ora destinato a riprendere una funzione pubblica», quando invece sappiamo ormai essere un guscio pieno di macerie a causa di un’altra di quelle delittuose trascuratezze per le quali la sensibilità lecchese  troppo spesso si è distinta e forse ancora si distingue.
Detto questo, non ci siamo presi la briga di verificare le trasformazioni intervenute in questo frattempo.
Percorrendo il “Medio corso dell’Adda”, a Calco ci imbattiamo nel castellaccio, «palazzotto del colle di Vescogna [che] deve esser sorto sopra un altro dei castelli dei Calchi e residenza degli stessi, fra cui Tristano celebre scrittore della storia di Milano»; a Calolziocorte sulle rive del lago in un casotto che pare essere stato costruito per il ricovero degli attrezzi di contadini e pescatori, ma che in realtà è «una delle stazioni di controllo della linea sanitaria veneta, rimessa in perfetta funzione nel 1714»; a Merate nella vecchia sede della Società di mutuo soccorso: a Rovagnate nella Cascina Malnido, «già esistente nel 1571» e che la tradizione dice chiamarsi in tal modo perché un tempo «ricovero di cavallanti banditi», chissà.
Attraversando la Brianza «sempre importante per lo sviluppo» di Milano e le cui caratteristiche «sono gli elementi che di volta richiamarono i potenti e i signori», religiosi o laici, la cui presenza è testimoniata da quel che rimane di vecchie torri e di altri “castellacci”, di conventi e di quella rete di ville che a vederle elencate tutte assieme fa indubbiamente una certa impressione. E naturalmente il paesaggio agricolo con certi villaggi che erano diventati fantasma e non lo sono più come Campsirago le cui vicende dell’ultimo scorcio nel Novecento sono a loro modo un’epopea dei tempi moderni.
Tra lago e valli, facciamo tappa alla “Casa del Lupo” di  Oliveto, «edificio legato per tradizione a Lupo falconiere del conte del Balzo e sottopostosi al giudizio di Dio nel romanzo di Tommaso Grossi dedicato a Marco Visconti», per dire di certe suggestioni letterarie che Lecco ben conosce con i suoi luoghi manzoniani, in questa occasione rappresentati dai luoghi manzoniani che sono la villa al Caleotto e il convento di Pescarenico, ma anche le case di Lucia ad Acquate e Olate, ma anche la casa del Sarto a Chiuso.

Epperò, il Lupo di Oliveto «era in realtà uno dei limontini che esposero nel 95 le loro ragioni verso il monastero di Sant’Ambrogio davanti all’arcivescovo in Bellano». Così come i lupi nulla c’entrano nemmeno con la Casa dei Lupi di Primaluna, «considerata una prigione dei Torriani, ma semplicemente appartenuta a un ramo dei Cattaneo detto dei Lupi».
Passeggiando in città, lo sguardo va alle case dei ferrovieri realizzate all’inizio del Novecento da cuna cooperativa socialista, quel che resta dell’Officina Badoni che è quello strano edificio neogotico dell’ex mensa ora – esso sì – destinato a un futuro, l’antico convento di San Giacomo a Castello «convertito in condominio, snaturando ciò che per secoli era rimasto» così come avvenuto per il poco distante Seminario,
Sono solo alcuni dei tanti spunti – oltre settecento, come detto, i beni censiti – offerti dalla consultazione di quest’opera che potrebbe essere letta seguendo direttrici tematiche. La direttrice religiosa, naturalmente, con le chiese, le basiliche, i piccoli oratori, i monasteri, le parrocchiali e le canoniche, le cappelle dei morti e i lazzaretti, i battisteri e i santuari, i cicli di affreschi, alcune tele preziose. Quella “militare”, poi, con i castelli che ancora esistono e quelli dei quali rimangono soltanto pochi sassi in alcuni casi nascosti dalla vegetazione, le torri che ancora svettano e quelle che si riconoscono a stento nel tessuto urbano che le ha inglobate, le caserme novecentesche. La direttrice economica con tutte le sue sfaccettature: l’agricoltura di pianura e quella di montagna, le grandi cascine, gli alpeggi, le casere; la pesca, naturalmente, i roccoli di caccia e i mulini, l’industria: le antiche miniere, le fornaci, le filande e le trafilerie, le stazioni ferroviarie. Ancora, la direttrice delle abitazioni: le case povere, quelle dei borghesi, i palazzi, le ville disseminate sul territorio le cui denominazioni tramando antichi fasti e tradizioni famigliari. E avanti con le strade e i ponti, le strutture sportive e i teatri, gli “ospitali”, le arche Andreani di Corenno Plinio, il Palazzo Pretorio di Introbio, un distributore di benzina a Lecco, i Tabiali di Fenile sui monti di Tremenico, la vecchia funicolare di Regoledo, il mausoleo dei Visconti di Modrone a Cassago, la casa dei pellegrini a Civate, l’Eremo di San Genesio a Colle. il Campanone della Brianza.
Ciascuno degli allora novanta Comuni della provincia lecchese (oggi sono 84 dopo varie fusioni e il ritorno di Torre de’ Busi con Bergamo) ha un edificio, anche piccolo, che ha qualcosa da raccontare: i grandi eventi e la vita di tutti i giorni dei ricchi e dei poveri, il paesaggio che cambia, l’orizzonte che si adegua. Con le pietre – come si usa dire – che ci raccontano l’evoluzione di una comunità secondo scorci differenti.


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Dario Cercek
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