SCAFFALE LECCHESE/72: al Monumentale sepolta una... Garibaldina. La sua storia in un libro

C’è una tomba speciale al cimitero monumentale di Lecco. Un po’ dimenticata, non sembra neppure più attirare lo sguardo incuriosito dei visitatori meno frettolosi. Garibaldina Repubblica nob[ildonna] Fadigati, vi si legge. Ed è già tutto un programma politico. Suggellato dalla fotografia di una donna in camicia rossa a evocare glorie nazionali.
Di quella tomba, le cronache quotidiane si occuparono nel 2019, quando vi comparve un avviso dell’amministrazione comunale che ne paventava la rimozione, essendo ormai scadute le concessioni. Un’opportuna segnalazione sull’importanza storica del sepolcro fermò la macchina burocratica.



A togliere dall’oblio la figura di Repubblica Fadigati era stato, quasi una decina di anni prima, il libro “La Garibaldina. Repubblica figlia di due padri” di Genziana Ghelli, psicoterapeuta toscana ma anche esperta di ricerche genealogiche. Motivo per il quale si trovò un giorno a seguire le tracce di Repubblica, decidendo di consegnare il frutto dell’indagine appunto alle pagine del volume pubblicato nel 2010 da “Mauro Pagliai”, un piccolo editore fiorentino. “Storia romanzata di una ricerca”, il sottotitolo. Per quanto la realtà fosse già romanzesca di per sé. E un romanzo, la stessa vita di Repubblica Fadigati.



Furono i suggerimenti di uno studioso e gli interrogativi di un pronipote della “Garibaldina” ad avviare «un’intrigante avventura» con l’intento di chiarire il mistero che ancora circonda la nascita di Repubblica, vale a dire che possa essere una figlia naturale di Giuseppe Garibaldi, con il consenso esplicito, se non addirittura per desiderio, del padre anagrafico, il conte Paolo Fadigati. Di fede garibaldina talmente accesa da essere entusiasta d’avere una figlia che portasse nelle venne il sangue dell’Eroe. Anzi, di volerlo egli stesso, pregando la moglie di assecondarlo nella sua “follia”. E dite un po’ se già solo questo non è romanzo. Sennonché l’andar per carte della protagonista del nostro libro, che ha nome Nora ed è alter ego dell’autrice, ci regala altre trame e altri intrecci degni dell’invenzione più ardita.



In realtà, il mistero dei due padri rimane tale ancora oggi, quasi settant’anni dopo la morte della Garibaldina.
Il conte Paolo Fadigati fu un combattente risorgimentale, un cospiratore tale da guadagnarsi carcere ed esilio in Canton Ticino. Un estremista, se stava dalla parte di Garibaldi. Per il quale nutriva autentica venerazione. L’Eroe contraccambiava la stima: fu più volte ospite nel palazzo della famiglia Fadigati a Casalmaggiore nel Cremonese e fece da padrino per due dei tredici figli del conte, quasi tutti con nomi da battaglia e molti morti anzitempo, come accadeva ancora nell’Ottocento.
Secondo la vulgata popolare, un bel dì, il conte Fadigati avrebbe appunto chiesto alla moglie Palmira Visioli (sposata tre lustri addietro, durante l’esilio ticinese) il “regalo” di giacere con Garibaldi per restarne incinta potendo così partorire un figlio che più garibaldino di così non si sarebbe potuto.


Michele Tavola e Genziana Ghelli, l'autrice del libro, in un intervento a Lecco nel 2011

«Se così è stato – si chiede la Nora del libro – quali implicazioni ne vengono a galla! Un Garibaldi nuovo, disposto alle follie estreme di un ideale, compiacente al sogno dell’amico e incline a pensarsi esonerato dalla morale».
Stando a una versione meno scandalosa, e diffusa in diverse varianti, Repubblica sarebbe invece nata da una relazione di Garibaldi con una contadina delle tenute del nobile Fadigati che l’avrebbe poi adottata.
I documenti attestano che la bambina viene alla luce a Casalmaggiore (più precisamente nella frazione di Rivarolo del Re) l’8 ottobre 1868. Le vengono imposti i nomi di Giovanna e Repubblica. Naturalmente, il parroco di Rivarolo ha da ridire. Così che sarebbe Garibaldi in persona a intervenire. 



Al proposito, leggiamo in uno studio di Pierfranco Mastalli apparso nel 2012 sulla rivista “Archivi di Lecco”: «[Garibaldi] si precipitò da Caprera a Casalmaggiore, prelevò sposa e bambina tenendola avvolta in uno scialle di lana con a fianco il noto frate Giovanni Pantaleo incontrato in Sicilia e divenuto il cappellano dei Mille; volendole imporre il nome di Repubblica, al diniego del sacerdote (“E’ impossibile dentro questa chiesa”) egli mandò a prendere acqua dalla fontana e il frate la battezzò sulla piazza davanti allo sbigottito prete». Episodio che sarebbe stato raccontato dallo stesso Garibaldi in non precisate Memorie.
Ma a quell’epoca, frate Pantaleo ha già smesso il saio da quattro anni, «dopo essere stato denunciato per vilipendio della religione – ci racconta Ghelli - per il suo intento di creare una “Chiesa del Popolo”» e successivamente prenderà anche moglie.



In realtà, Repubblica è battezzata regolarmente nella chiesa di Rivarolo, anche se soltanto con il nome di Giannina, il 1° novembre 1868. Nei documenti religiosi e in quelli civili, il padre riconosciuto è il conte Fadigati.
Ma il dubbio che l’autentico genitore fosse invece Garibaldi avrebbe accompagnato la vita e la memoria di Repubblica, ormai soprannominata “la Garibaldina”.


Palmira Visioli

«Si, tutti fantasticano di Palmira - leggiamo in Ghelli -, come colei che, più che una figlia, partorì un segreto. Di chi? Da chi, davvero, proveniva quella bimba bruna dall’indole ribelle? E perché Paolo la trattava diversamente dagli altri figli, aspettandosi da lei che fosse più maschio degli altri maschi di casa? E perché Garibaldi aveva per lei un’insolita predilezione, tanto da richiamarla a sé, quando egli fu a Milano? Poi, concordavano tutti che quella famiglia – nobile sì, ma molto bizzarra – di segreti strani ne aveva ben donde e ne recitavano a bocca piena l’elenco mi par di sentirli: “Vi ricordate?  (…..) Ma Palmira è la figlia di Pio Visioli…. Brava gente. Lui ha sempre fatto gli affari suoi e anche bene, nel commercio. E Paolo Fadigati, invasato quanto ti pare…. Ma vuoi che…..?”».


Paolo Fadigati

Già, «vuoi che….?». E così, i discendenti vorranno sapere sì, «ma non troppo». Sarà sempre un detto e non detto, sussurri, dubbi che lei stessa non dissipava: «Questo grande Eroe – scriveva parlando della propria infanzia e di Garibaldi– aveva per me un’affezione speciale. Mi teneva sulle sue ginocchia, mi chiamava la sua cara bambina, mi baciava, passando la sua mano gloriosa fra i miei capelli e da Lui stesso fui battezzata col nome di Repubblica. Un giorno mia madre si lagnò con Lui per il mio carattere rivoluzionario e instancabile nel giuoco. – La mia grande vivacità lo indusse a chiamarmi a sé facendomi notare che è ben vero che avevo il sangue garibaldino nelle vene, ma tuttavia la mia spensieratezza avrebbe finito per guadagnarmi dell’insensata».



Ma in nessun libro di Garibaldi e su Garibaldi – osserva ancora Genziana Ghelli – si fa menzione di Fadigati e del gruppo casalese: «Eppure le lettere di Garibaldi a quest’ultimo esistevano, erano reiterate, e non facevano trasparire indifferenza. Tutt’altro. Allora… perché? E perché, nella contemporaneità di crescita e perfino di incontro dei figli di Garibaldi - seppure si insistesse a chiamarla figlia o figlioccia (che è ben altra cosa) di Garibaldi e la si inviasse, quale rappresentate della Società Reduci Garibaldini, a onorare festività ed inaugurare monumenti garibaldini, nessun discendente della stirpe ufficiale, né intimo o affine ha mai fatto cenno, non fosse altro che per denunciare una impostura? Se fosse stata ritenuta una poveretta un po’ pittoresca o addirittura insana di mente non avrebbe ricevuto gli onori e le menzioni che ebbe né l’amicizia degli amici politici del padre; sarebbe stata ridicolizzata, o perlomeno, da lei si sarebbero prese per bene le distanze. Perché tutto questo assordante silenzio?».


Repubblica Fadigati

E comunque, Repubblica cresce garibaldina e spende la vita per mantenere vivi la memoria dell’Eroe e i valori risorgimentali, ereditati dal padre quale che sia.
Partecipa a iniziative pubbliche, tiene conferenze, fonda la Società Garibaldini Indipendenti, «dopo avere ottenuto dal Municipio di Milano i locali di Porta Vittoria ed averne scritto lo statuto nottetempo» e non esita a sferrare un gran pugno sul naso
a un individuo che prese per il petto un venerando seguace di Garibaldi, strappandogli dalle mani «la nostra cara a amata bandiera italiana. Il sangue mi bollì nelle vene».
«Nel 1898 – scrive lei stessa - ero la donna più popolare di tutta Milano (dove da tempo si era trasferita la famiglia, ndr). Lungo sarebbe descrivere la storia delle mie arditezze (imprese). Una delle molte fu quella che dovetti fuggire dalla gran Metropoli, per non essere messa in carcere, vestita da frate, avendo chi scrive fatto rivoltare l’Esercito a Porta Monforte che davano l’assalto al Convento dei Cappuccini per ordine del generale Bava Beccaris, il carnefice del popolo …».



Sposatasi nel 1892 con Augusto Armani, avrà cinque figli dai nomi inconfondibili: Garibaldi, Mazzini, Anita, Dolores ed Elvezia.
Crocerossina durante la Prima guerra mondiale, atea che il cardinal Andrea Ferrari vorrebbe convertire, aderisce al Fascismo e torna alla religione all’indomani della morte del figlio Mazzini, nel frattempo diventato gerarca e «ucciso in un’imboscata».
Sul periodo lecchese di Repubblica è Mastalli a fornirci qualche particolare: «Probabilmente intorno al 1909 fu a Lecco, si può credere col marito alla direzione delle poste, c’ chi ricordava che aveva abitato a Castello dove stava ancora nel 1920 forse dividendosi con la residenza di Milano. Si stabilì definitivamente a Lecco nel 1938. Ufficialmente, però, la prima residenza risale al 19 novembre 1953 in corso Bergamo 9, parrocchia di Chiuso, proveniente da Milano. I figli pare non le fossero di consolazione, ingrati e “cuori di sasso”. Nel 1945, viveva con solo 600 lire, era ormai quasi cieca e si faceva guidare dalla sua cagnolina, unico conforto. I vicini di casa non mancavano di soccorrerla con qualche minestra, la ricordano come una signora distinta nel portamento pur molto particolare. Il comune faceva quanto possibile. Il suo misero stato dopo la guerra non abbatteva la fierezza della figura. Quando appariva al mercato di Lecco indossava la sua giubba rossa».



Le fortune famigliari si sono ormai esaurite da tempo e deve ricorrere alla carità pubblica: Ghelli pubblica la lettera che la stessa Fadigati invia all’Opera assistenziale: «Prego, e chiedo se vi è possibile, accordarmi qualche buono di supplemento di minestre od altro, essendo sfinita di esaurimento fisico. Sino ad ora non ho mai chiesto nulla, ma ora sono proprio costretta a rivolgermi alla vostra pietà».
«Malata, isolata, sofferente – scrive Mastalli -, morì di angina il 24 novembre 1954. Il funerale fu seguito da tante bandiere comprese quelle rosse». Il settimanale cattolico “Il Resegone” riporta la cronaca del corteo dal Santuario della Vittoria alla basilica, di San Nicolò con tre figli al seguito del feretro, racconta della commemorazione al cimitero da parte di un veterano garibaldino, della presenza delle associazioni d’arma coi vessilli e delle scolaresche e degli assessori comunali, descrive la salma avvolta nella bandiera che conservava nella propria abitazione e che era detta “delle sette battaglie”. E aggiunge, il cronista: «Era una delle due figlie viventi di Garibaldi: l’altra,, Clelia vive tuttora a Caprera, ha 91 anni» Del resto, «nello stesso biglietto commemorativo stampato dai figli – ricorda Mastalli -, Repubblica viene detta “Figlia dell’eroe dei due mondi”. Ugualmente, quando nel 1983 morì la figlia Elvezia, i giornali ricordarono il nonno Garibaldi».



Nel suo libro, Genziana Ghelli non si sbilancia «circa la veridicità della leggenda, che vuole Repubblica Giovanna Fadigati essere figlia naturale di Giuseppe Garibaldi». E crede comunque che «non sia stato questo dubbio a fare di Repubblica quella “persona spiccata” che è stata, poiché essere figlia del maggiore garibaldino Fadigati e della sua amata moglie Palmira Visioli, essere stata cresciuta nel mito dell’Eroe Garibaldi, che la teneva tra le braccia, aver vissuto in mezzo alla grande epopea risorgimentale tra uomini e donne di grande fede politica, è dose più che sufficiente per non essere una fanciulla qualunque».
E continua: «Forse, l’effetto di questa ambiguità di provenienza si intravede più nella discendenza a seguire, che per questo mito non ha potuto guardare con certezza alle proprie radici e per questo le ha disattese nella memoria. Senza poter godere della saldezza di alcune risorse che in queste avrebbe comunque trovato. D’altro canto, è stato proprio questo dubbio di paternità ad incuriosire e a far iniziare le ricerche, riportando questa donna alla nostra attenzione. Ma dopo averla incontrata nel suo mondo, il fascino che ne è seguito prescinde dalla sua discussa origine, E’ stato come entrare in intimità con un mondo ancora capace di forti ideali, di passioni, di lotte tenaci Oggi li riterremmo soggetti fanatici, se non “originali” fino alla follia».



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Dario Cercek
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