SCAFFALE LECCHESE/57: il passaggio da borgo a città nelle 'chicche' di Aloisio Bonfanti

Stai a vedere che è colpa sua, dell’Aloisio Bonfanti, una delle memorie storiche della città. Parliamo della stravaganza di battezzare il municipio come Palazzo Bovara. Stravaganza poi non più, essendo ormai consuetudine tra giornalisti e politici. Da quasi trent’anni. Con buona pace dei pochi pedanti – il sottoscritto ci si mette – che quel “vezzo nominatore”, come l’ebbe a definire Gianfranco Scotti, vorrebbero cancellare.
L’autentico Palazzo Bovara sta infatti nell’omonima via, come del resto attestato da un’iscrizione per quanto recente. Il municipio altro non è se non il vecchio ospedale che l’architetto Giuseppe Bovara progettò. Ma tant’è: siccome non ci accontentavamo di un’anonima casa comunale, dal 1995 – nel pieno del passaggio alla cosiddetta seconda Repubblica, quasi fosse necessaria una diversa designazione dei luoghi del potere politico – abbiamo cominciato ad appellarlo Palazzo Bovara.
Però, nero su bianco, quella denominazione già era apparsa nell’anno 1970 in un libro, appunto di Aloisio Bonfanti (“Il vecchio borgo”, Edizioni Agielle), nel capitolo dedicato alla diverse sedi municipali nel corso del tempo: nel 1817, una sala in piazza Santa Marta; nel 1852, un appartamento di quattro locali in Contrada Larga (l’attuale via Cavour); nel 1862 in piazza del Mercato (piazza XX Settembre) accanto alla torre viscontea; nel 1893 nel Palazzo Ghislanzoni di via Roma che il proprietario lasciò in eredità al Comune a condizione proprio che ne facesse la propria sede: da ciò, le polemiche quando nel 2013 se ne decise l’alienazione; infine, nel 1928, nell’ex ospedale: «Il Palazzo Bovara – scrive Bonfanti – rimase ospedale sino all’ottobre del 1900 [e] divenne municipio nel 1928, dopo avere ospitato il Tribunale e gli uffici giudiziari».



Naturalmente, non è questa curiosità a indurci a parlare del libro di Bonfanti che, dopo quella del 1970, ebbe una successiva edizione «aggiornata ed ampliata» nel 1974 (sempre Agielle che erano poi le Arti grafiche lecchesi di corso Promessi sposi) ed è quella che abbiamo tra le mani.
“Il vecchio borgo” è una sorta di ricostruzione della trasformazione di Lecco da borgo a città. A tutti, naturalmente, sovvengono le parole di Alessandro Manzoni che parlava di un borgo che si avviava a diventar città. E già, il primo capitolo di Bonfanti ci dice che, quando don Lisander scriveva quelle parole, il processo di trasformazione si era già avviato: nel 1784, quando «l’imperatore Giuseppe II d’Austria visitò Lecco e tolse al borgo il carattere di piazza militare concedendo la possibilità di demolire mura e fortificazioni. Contemporaneamente abolì qualsiasi pedaggio di transito sul ponte Visconti. Si concludeva in tal modo un capitolo di storia lecchese iniziato intorno al 1330 con Azzone Visconti che, dopo aver compreso l’importanza strategica di Lecco, volle far sorgere un centro fortificato di forma triangolare. Con il provvedimento di Giuseppe II, nel 1784, Lecco si libera delle vecchie strutture militari che avevano impedito la sua espansione ed inizia il cammino da borgo a città».
«Sarà un cammino lungo» ci avverte l’autore. Si concluderà tra gli anni 1923 e 1927, con l’unificazione amministrativa dei vari Comuni della conca che diventeranno i rioni di una più grande città alla quale il borgo a lago darà il suo nome.
La ricostruzione non è un racconto organico, ma – come sa chi ha già letto opere di Bonfanti - una serie di “articoli” che si soffermano su vicende particolari. Grandi e piccole, perché le une e le altre contribuiscono all’evoluzione della comunità: dai decreti imperiali all’arrivo dell’illuminazione pubblica (in principio furono otto lampade a olio: era il 1837). Mischiando la cronaca a osservazioni diremmo un po’ maliziose. Come quando, a proposito dell’espansione lecchese, ci racconta degli agrimensori Perego e Provasi che, per incarico della Deputazione comunale, nel 1830 stesero una mappa della possibile avanzata del borgo oltre il confine delle vecchie mura in direzione del ponte Visconti «fissando un primo immaginario confine alle costruzioni edilizie lungo il corso del torrente Caldone». Il nostro non resiste alla chiosa maligna: «Nel presentare la parcella del lavoro effettuato, i due tecnici unirono anche il conto di una… dieta consumata, per ragioni di servizio, in un’osteria di Germanedo. Rimase sempre un mistero il motivo di una trasferta a Germanedo per compilare la “pianta” del borgo di allora”».



Le tappe politiche della storia cittadina, dunque. Dopo la decisione di Giuseppe II nel 1784, vi fu la parentesi napoleonica: nel 1797, Lecco divenne capoluogo del dipartimento della montagna nella Repubblica Cisalpina e «nell’aprile, dal Ponte Visconti a Pescarenico, avvengono durissimi scontri tra Austro-Russi e Francesi; poi gli austriaci tornano nel 1815». E fu clima risorgimentale: lecco nel marzo 1848, mentre Milano, combatteva sulle barricate, Lecco metteva a sua svolta in scacco gli austriaci ottenendo dal Governo provvisorio della Lombardia liberata il titolo di città. Da rimettere nel cassetto al ritorno degli austriaci e che sarà risfoderato nel 1859 quando Lecco «proclamò la sua adesione al Regno d’Italia nel corso di una seduta straordinaria del Consiglio comunale».  
Seguirono poi anni di altrettanta turbolenza. Il libro di Bonfanti ci racconta delle polemiche e degli scontri tra liberali e cattolici che si riverberarono anche a Lecco (clericali e anticlericali, garibaldini e manzoniani, le piazze e i monumenti, le zuffe) e ci racconta dei primi scioperi, per arrivare poi alla prima guerra mondiale e fermarsi appunto all’unificazione amministrativa. Soffermandosi su alcuni dei protagonisti: i fratelli Torri Tarelli che, nelle battaglie risorgimentali, assunsero «il ruolo di alfieri della nostra terra, di simboli della volontà delle popolazioni lecchesi di contribuire alla causa nazionale»; il prevosto Antonio Mascari che al ritorno degli austriaci nel 1848 parlamentò con gli ufficiali «chiedendo il rispetto di ogni lecchese, come a suo tempo i lecchesi avevano rispettato i militari della guarnigione dopo le manifestazioni popolari del 20 marzo»; il sindaco Giuseppe Ongania, nel 1900 sospeso dal prefetto perché osò esporre il tricolore in occasione della Festa dei lavoratori il I° maggio avendo in tal modo compiuto «un atto politico, esulando dalle sue incombenze amministrative»; lo scienziato Mario Cermenati e l’industriale Lodovico Gavazzi, in lotta per il seggio in Parlamento.
A queste, Bonfanti unisce vicende minori. Come quella relativa alla cattura del bandito Mazzucconi ritenuto l’autore di una serie di furti in abitazioni e negozi nell’estate del 1862. Del “bandito” non ci dice granché (neppure il nome), però ci parla dell’encomio ricevuto dalle guardie, con l’iniziale esclusione – per via di una dimenticanza nella stesura dell’elenco – di tale milite Enrico Bianchi che era anche capo-tamburo della Guardia nazionale, il quale sollevò «un autentico putiferio»: se lui rischiava di perdere la menzione d’onore, la Guardia rischiava invece di perdere il «tamburino nella manifestazioni ufficiali (e non era poco in quell’epoca).» Necessario, pertanto, riparare al torto in maniera urgente. O come l’istituzione del corpo di pulizia municipale nel 1855 che ebbe i primi veri guai con il traffico urbano per via dei «terribili velocipedi»: all’inizio del Novecento, infatti, «i marciapiedi di corso Vittorio Emanuele (l’attuale corso Martiri), erano divenuti piste per corse ciclistiche da Lecco a Pescarenico e viceversa, con grande spavento delle signore.»
Tra le “chicche” del libro, “il deposito degli svizzeri” e “la cappelletta scomparsa”. Nel primo caso, si tratta di una pagina dimenticata: la presenza a Lecco per due anni – 1832 e 1833 – di un centro di reclutamento per le guardie svizzere del Vaticano, attivo per un accordo tre le autorità pontificie e quelle austriache. In quei due anni «migliaia di giovani svizzeri, in maggioranza provenienti dai cantoni San Gallo e Grigioni, giunsero nel borgo». Un afflusso che non mancò «di creare qualche complicazione. Si registrò infatti, con i primi contingenti di svizzeri, un ingresso di vagabondi, di avventurieri, buontemponi, che si presentavano al confine manifestando l’intenzione di voler andare a Lecco ad arruolarsi nei pontifici, ed invece sostavano lungo i pasi del viaggio, molto più del necessario, molestando donne, partecipando a risse in bettole e osterie, provocando, dopo abbondanti libagioni, schiamazzi notturno con canzoni sguaiate».



“La cappelletta scomparsa” è invece la dettagliata ricostruzione del destino dell’edicola sacra che stava sul ponte Visconti che già nel XVII secolo fu costretta per un breve periodo a lasciare il posto alla statua di san Giovanni Nepomuceno ( a sua volta abbattuta e successivamente collocata sulla fontana accanto alla chiesa parrocchiale di Castello dove ancora si trova), per poi essere ripristinata e scomparire definitivamente nel 1910 per i lavori di allargamento del ponte: prima collocata in in cortiletto adiacente alla chiesa di Santa Marta e successivamente trasferita nel cortile della scuola di via Ghislanzoni, dopo di che se ne persero le tracce, «si presume che sia stata demolita». Si sono salvati invece i dipinti; la Madonna con Bambino che vi campeggiò fino al 1900 e la Mater Salvatoris che la sostituì: la prima,  dopo varie vicissitudini, nel 1930 arrivò al Collegio Volta di via Cairoli; le seconda è invece conservata nei musei civici.
«Sarebbe troppo bello – la conclusione - , e facile, scrivere che il cammino da borgo a città è avvenuto nel clima gioioso di concordia civica, di amore per la propria terra, da parte delle generazioni lecchesi che si sono succedute. La verità si presenta, sotto certi aspetti, abbastanza diversa». Certe dispute passate, secondo Bonfanti, hanno lasciato in città «una certa facilità a dar vita a faide e a gruppi». Se sono emerse le doti delle nostre popolazioni («intraprendenza e laboriosità, fedeltà a valori ideali e morali») è anche «rimasto un velo di freddezza, di scarso entusiasmo, quasi di sospetto, verso formule ed iniziative nuove. Occorrerebbe, forse, in alcune circostanze, una carica maggiore di calore, di cordialità, di ospitalità».
Così Bonfanti rifletteva ormai cinquant’anni fa. Dica un po’ chi legge queste righe quanto ancora queste parole abbiano un senso.

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Dario Cercek
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