SCAFFALE LECCHESE/54: le storie di vita 'in salita' raccontate da Bellati nei suoi due 'Conte che te conte'

«Per ovvi motivi, si dichiara che qualsiasi fatto e circostanza riportati nel libro non hanno riferimento con fatti e personaggi della realtà». Così si tutelava, come si usa, anche il premanese Antonio Bellati quando, nel 1982, pubblicava una raccolta di racconti sotto il titolo di “Conte che te conte. Racconti e leggende di Valsassina”(Cattaneo Editore). Raccolta alla quale, nel 2004, si sarebbe aggiunto un secondo volume, “Conte che te conte II. Storie e ministorie di Valsassina” (Emmepi editoriale). Complessivamente, oltre una cinquantina di novelle, pressoché interamente ambientate a Premana e per la gran parte in evidente sospetto d’autenticità.

Le copertine dei due volumi

Premana, sappiamo già, è mondo a parte. Da un lato, ha conservato vive tradizioni popolari altrove perdute; dall’altro, è stata artefice di uno sviluppo economico inaudito per un paese a mille metri d’altitudine. E liquidiamo così, in un paio di righe, l’essenza di una comunità che ha meritato e ancora merita studi sociologici.
Di questo mondo a parte e della sua lingua, quella parlata e quella dell’anima, Antonio Bellati (nato nel 1941 e morto nel 2013) è stato alfiere per oltre mezzo secolo, protagonista della vita sociale e infaticabile custode della cultura popolare: «La giustificazione di base del vivere quassù -scriveva egli stesso, proprio nella premessa alla raccolta del 1982 - in questi paesi e in queste valli, la motivazione profonda del nostro rimanerci, non è e non può essere, checché se ne dica, una motivazione economica perché scientificamente così non può essere. Esclusa questa motivazione, ne esiste soltanto un’altra in alternativa: una motivazione di amore. Amore talvolta inconscio, fatto di rapporti generazionali con il sito, con l’umanità del luogo, rapporti che portiamo inavvertitamente dentro di noi, perché codificati da secoli nella nostra stessa natura; percezioni di solidarietà ancora esistenti, personalizzazioni di paesaggi. (…) Bisogna capirle queste motivazioni, capirle innanzitutto e poi fare il possibile, tutto il possibile, per mantenerle».
Naturalmente, ragioniamo noi, sarebbe pur opportuna anche qualche riflessione a proposito di attaccamenti strenui a radici e tradizioni.  Che è tema delicato, come s’è visto spesso. Anche nel piccolo cosmo del paese di montagna rispecchiato in queste pagine nelle quali Bellati si augura che «il lettore possa trovare una ricostruzione fedele e significativa di uomini, di ambienti, di mentalità».
Infatti, se le circostanze riportate non hanno riferimenti con la realtà e se pertanto i racconti sono pura finzione letteraria, è però evidente fin dalle prime righe che tutto è vero. Lo stesso autore dice che il «contenuto di questo libro è da attribuire ad un folto gruppo di autori, giovani e meno giovani e non più giovani che, sempre volentieri, hanno raccontato. Novelle, leggende, racconti, personaggi, hanno tutti alla loro base un fondo di verità e, se non altro, di vero hanno i tipi umani, i pendii dei nostri monti, i solchi delle nostre valli». Lo stile di Bellati – sottolinea Alba Lanfranconi nella prefazione alla prima raccolta - «è quello della narrazione dettagliata, che a volte si dilunga, riecheggiando più interpretazioni, rese da diverse persone, e sembra presupporre un ascoltatore dalla fantasia semplice, fresca, quasi fanciullesca, che ama sentir più volte, come appunto fanno i ragazzi, il racconto che l’affascina.»

Antonio Bellati

Per di più, l’incipit del primissimo racconto – Ol Menàl – non lascia dubbi: «Ancora fanciullo, sull’alpeggio, appollaiato sui rami di un larice, ascoltavo un giorno all’insaputa del narratore la storia del Menàl, Ol Polidòr raccontava, seduto sotto la pianta, con le due donne che quel giorno erano sue compagne nel vigilare le quattordici mucche della compagnia. Ogni tanto egli batteva per terra il suo nodoso bastone ed abbassava il tono della voce: io tendevo l’orecchio per carpire quello che forse non mi si voleva far intendere. Mi misi a sognare quella vicenda, a completare il racconto per me ancora molto lacunoso, ad immaginare ol Menàl da ogni parte…» E ancora: «Un giorno, ero già grande, salendo da Lecco in corriera, mi trovai compagno di viaggio ol Vitorio vecc: l’ormai novantenne e leggendario cacciatore chiacchierato anche come figlio di Re Umberto di Savoia. Il discorso cadde ancora sul Menàl, e lui raccontava, raccontava con dovizia di particolari, citando i nomi e i soprannomi dei protagonisti, veri o presunti, di quell’antica vicenda…» E infine: «Sono passate quattro generazioni da quei fatti, ed ancora oggi la gente li conosce, li rievoca, ancora sotto voce, quasi con timore; ricorda a brani, a mezze frasi particolari, a circostanze dell’unico evento delittuoso conosciuto in questi luoghi a memoria d’uomo».
Bellati ha voluto quindi mettere per iscritto e in ordine racconti popolari, aggiungendovi ricordi personali e altre storie incontrate (o magari vissute in prima persona; da ciò probabilmente la chiosa cautelativa). Pescando in un passato più o meno remoto e in memorie quasi di giornata. Se il primo dei due volumi ha il respiro dei tempi andati, nel secondo irrompe la modernità: le motociclette, il telefono, le automobili, anzi “la macchina” e siamo già sul finire del Novecento storie “fresche” dunque. Ispirate o inventate: chissà.
I racconti sono storie di montagna, dove la vita quotidiana è fatica. Perché davvero è un vivere in salita. L’amore per la propria comunità, tra l’altro, non impedisce a Bellati di soffermarsi sugli aspetti non propriamente idilliaci: sui conflitti, le invidie, le “condanne”.
Proprio nel “Menàl” si parla d’ol Catoi: «Era una donna, si chiamava Caterina e quello strano nomignolo al maschile di fatto non era che un diminutivo vezzeggiativo del nome vero in dialetto locale. Ma il genere maschile per lei era veramente azzeccato. Si trattava di una donna mezzo uomo, di lei se ne raccontavano di tutti i colori e la gente se ne guardava bene dal disturbarla o dal recarle qualche torto. Era una di quelle figure che ogni comunità si crea inconsciamente nel proprio seno per avere sempre tra mani e sott’occhi un termine di confronto consolante; per colpa della gente a poco a poco era diventata schiva e solitaria, per colpa della gente era diventata un essere strano, scontroso, un po’ ai margini della società: talvolta disprezzata, sottovoce, per paura vera o per suggestione. Sotto sotto la considerava un prodotto di potenze malefiche, ancora non la dicevano strega e ci sarebbe mancato poco».
Visto che abbiamo parlato del Menàl e d’ol Catoi, c’è da sintetizzare la loro storia dal tragico finale. Il Menàl, bergamino della Val Gerola, ricco come poteva essere ricco allora un sensale di capre e che girava con tutti i suoi averi in tasca, aveva deciso di rimaritarsi, dopo la morte della moglie, e la scelta cadde appunto su Caterina con immaginabile stupore dell’intera comunità. A decidere le sorti dell’uno e dell’altra furono però due balordi decisi ad appropriarsi dei soldi del Menàl.
Pastori, contadini, carbonai, minatori, fabbri: sono i personaggi che popolano il mondo raccontato da Bellati. Qualcuno anche benestante, la gran parte meno, tutti umili, semplici. E così veri nel loro mondo. Perché a far diventar poesia questa narrazione c’è il dialetto, quello dell’alta valle, quello premanese, mescolanza di linguaggi di valli alpine dai destini tanto stretti quanto opposti. Il dialetto, la lingua che dà il nome alle persone, la lingua che dà il nome ai luoghi. E con questo abbiamo detto tutto.

Veduta di Premana

Ci sono storie di morte. Come quella dei tre minatori travolti dal crollo della galleria: «Quello fu l’ultimo anno di lavoro invernale nella miniera di Sasso. Sulla sponda di Biandino, poco oltre la baracca di S. Rita, lungo il sentiero della Tempestadé, una croce ricordava. E ricordò a lungo, fino a qualche decennio fa. E quel sito da allora mutò nome. Più nessuno infatti ricorda quella bocchetta come la Cazza, ma come el Tre Croos, o come dicevasi una volta la Croce dei tre».
Ma ci sono storie scanzonate. Come quella del carbonaio al quale il gatto artiglia un appendice che non si nomina: il racconto di tale disavventura provocò talmente tante risa tra gli alpigiani che il luogo del convegno divenne “la jaal de la marénde” (dove jaal sta per aiale e con marénde si indicano gli attributi maschili).
Anche così, per una tragedia o solo per tante risate, i luoghi prendevano nomi poi tramandati, O per una frana, come “ol Sass” se non fosse da attribuirsi alla strana morte di una mucca. Come avviene per le persone, le quali un giorno si ritrovano un soprannome che non riusciranno più scrollarsi di dosso: successe, per esempio a tal Battista diventato “Gotart” per aver lavorato allo scavo dal traforo del San Gottardo.
Questo paesaggio che vive proprio grazie a una lingua “speciale”, è teatro di vicende serie e meno serie: lo spavento dell’Agatine di fronte a «un quart de gent (un quarto di corpo umano)» che penzola da una catasta e altro non sono che braghe stese ad asciugare; le prodezze di bracconieri un po’ maldestri o prosaici furti di pannocchie. E ancora: i destini di quei figli senza padri che nascono “gesubambini” o diventano “diluvi”; certi presepi quasi magici; una telefonata invidiosa il sogno di una “macchina”. Questo paesaggio è abitato da animali naturalmente: la biscia sulla culla di un infante (tema peraltro ricorrente nella cultura popolare), i lupi che scendono a valle affamati, l’orso da cacciare. E’ abitato da spiritelli dispettosi che si prendono gioco dei caprai. Ed è abitato da personaggi leggendari: il pecoraio “A-Toni ol Ciochè”;  il fabbriciere Biasio Paolo Facini che per tutta la vita si chiese se lavorasse per i vivi o per i morti; infine, “ol pover Zop”, discendendente di una schiatta di burloni, ma soprattutto bugiardo: «Il suo brevetto vero e  proprio erano el ball, grandi e piccole, leggere e pesanti, per quei poveri diavoli che ne subivano le conseguenze; ball pronte per ogni occasione, per premanesi e forestieri ed anche per gli stessi suoi familiari.»


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Dario Cercek
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