SCAFFALE LECCHESE/39: le cartoline postali nei libri di Gigi Amigoni

Pare se ne spediscano ancora, ma chissà per quanto. Vero è che per molte cose s’era cantato il de profundis per doverselo poi rimangiare di fronte ad autentiche inaspettate rifioriture. Però le cartoline, le cartoline illustrate, quelle delle vacanze, dei saluti, ohibò, sembrano avere un destino segnato. Come altro che ci siamo lasciati alle spalle, anch’esse sembrano essere costumanza di un secolo che qualcuno di noi ha vissuto ma che ormai non c’è proprio più. E amen.




Che è quasi strano, il pensarlo. Nelle gite o in villeggiatura arrivava sempre il “momento” delle cartoline: ai propri cari, agli amici, agli zii che altrimenti si offendono, ai vicini che te l’hanno chiesto, a fiamme e fiammelle. Come spiegarlo ai cosiddetti millennials che per comunicare hanno mezzi più veloci e sbrigativi? E che una volta c’era anche da leccare i francobolli.
Di cartoline postali si cominciò a parlare a metà dell’Ottocento ma solo a cavallo tra la fine del secolo e l’inizio di quello successivo prende forma la cartolina illustrata come l’abbiamo conosciuta, grazie anche all’avvento e al perfezionamento della fotografia. Vennero poi le vacanze popolari e nel secondo dopoguerra le ferie di massa.




In attesa che anche le cartoline firmate da noi stessi diventino antiquariato, ci piace però ancora guardare più all’indietro, ripescare da vecchi cassetti le prime, le primissime cartoline illustrate spedite dalla nostra terra. Fatta soprattutto di industrie, sì, ma che un suo interesse turistico ce l’aveva pure.
Ad avere confezionato, negli anni scorsi, alcuni libri con commoventi cartoline d’inizio Novecento è Gigi Amigoni, calolziese di casa a Vercurago e appassionato collezionista da ormai quattro decenni. Complessivamente sono sette i libri che ha dato alle stampe, proponendo alcune chicche della propria corposissima raccolta: “Valle San Martino, un viaggio nel tempo” (1993), “Lecco 1900, un saluto in cartolina” (1994), “Antichi borghi di Lecco nelle cartoline di inizio secolo” (1996), “La Valsassina in cartolina” (2003) e “Valle San Martino Orientale nelle cartoline d’epoca” (2009) oltre a uno dedicato all’Alta Valtellina e un altro agli sport invernali.




Si tratta di cartoline dei primissimi anni del Novecento, la gran parte del primo decennio più qualcuna degli anni Dieci, con rare escursioni negli anni Venti e Trenta. Vederle in fila l’una all’altra ci consente di avere una panoramica esauriente di un’epoca che era l’alba di un secolo e di un’abitudine diventata tradizione.
Non soltanto dal punto di vista fotografico. Perché la cartolina è qualcosa di diverso dalla semplice fotografia. Le fotografie servivano (servono?) per conservare un ricordo di qualcosa o qualcuno, per documentare uno studio o un fatto di cronaca, per piacere personale. Ricordando che in quegli anni le macchine fotografiche erano alla portata di pochi dal punto di vista economico ma anche perché complesse, ancora ingombranti e con il problema dello sviluppo (le botteghe attrezzate non erano certo diffuse).




Per quanto il confine tra le une e le altre sia sottile, la cartolina ha scopi diversi: deve essere significativa, deve catturare l’attenzione di un viaggiatore affinché veda in quell’immagine ciò che davvero esprima un sentimento, le sensazioni, le emozioni procurategli dal luogo appena visitato. Devono essere un’attrattiva, un richiamo. E oltre a offrirci una riproduzione d’epoca, ci suggeriscono anche altro: che quel determinato scorcio e le figure che lo abitavano avevano un valore che potremmo dire di rappresentanza. Quel che oggi gli addetti ai lavori definiscono il marketing di un territorio.




Qui, naturalmente, non possiamo elencare o farvi vedere tutte le cartoline selezionate da Amigoni per i suoi libri. Saranno 500 e passa. Molte sono scorci tradizionali, ma altre hanno un fascino tutto particolare e davvero ci raccontano qualcosa.
In quanto a “Lecco 1900” – con un’introduzione tratta da una guida edita nel 1903 - c’è il paesaggio, certo; ci sono il lago, l’Adda e il Ponte Vecchio (magari con un gruppo di lavandaie che, al cospetto del fotografo, sorridono divertite), ma c’è anche il treno che in definitiva era ancora un simbolo di modernità (nel 1904 o nel 1910), e una cartolina è dedicata anche al disastro ferroviario del 28 settembre 1906, quando alcuni vagoni merci precipitarono sul ponte su corso Vittorio Emanuele (oggi corso Martiri).




E naturalmente le cartoline manzoniane e quelle celebrative, quelle scolastiche, pubblicitarie, le vedute delle strade e delle piazze cittadine, del mercato, delle società sportive. Talune già nel 1910 di quel genere un po’ kitsch che avrebbe comunque prodotto serie più che abbondanti nel corso dell’intero Novecento.
Il libro sugli “Antichi borghi” raccoglie invece le vedute di Pescarenico, Maggianico, Castello, San Giovanni, Malavedo e Laorca, Rancio, Germanedo, Pescate, Malgrate ma anche la località di San Michele sul Monte Barro, un tempo considerata quasi parte del borgo ormai città. Se non può mancare l’Albergo Davide di Maggianico con il suo stabilimento termale, ci sono anche l’Osteria del Filet di Castello, il Collegio San Giuseppe di Rancio, l’ospizio dei Vecchi Poveri di Acquate. Ma anche qualche incongruenza come una Salita alla chiesa di Malgrate con tanto di medaglione che racchiude un viso di Perpetua.




Salendo in Valsassina (con le descrizioni tratte dalla Guida alle Prealpi del 1903 e da quella del Fermo Magni sulla Valsassina del 1904), ci troviamo di fronte a diverse prospettive. Oscillando tra il lato turistico con i paesaggi e gli alberghi (lo splendore del Grand Hotel Maggio per esempio) e quello antropologico con scene di vita quotidiane e costumi tipici, l’abisso della Valle di Cremeno prima superato da una ponte di corde (1919) e poi dal Ponte della Vittoria (1923) che un’immagine immortala anche in fase di costruzione.




Molte foto sono scattate sembra senza particolari ricerca o studio, pur indugiando su quel che veniva definito “il pittoresco”: i carabinieri con il fucile in spalla, il bimbo un po’ bulletto, marito e moglie (forse) all’ingresso della casa barziese dei Manzoni. E poi Villa De Vecchi nel suo splendore, Prato San Pietro con la chiesa ancora esistente, le Terme di Tartavalle in pieno funzionamento, i militari di passaggio, i contadini in posa. Infine, la Valle San Martino con il “Primo istituto italiano dei frenastenici”, il santuario di San Girolamo, il castello di Rossino (indicato nel 1911 come quello dell’Innominato), le fabbriche, la strada per Erve.





Che la produzione di cartoline fosse già industria fiorente lo si capisce dall’indicazione dello stampatore. Solitamente sul retro, ma in alcune occasioni allora era posto sul fronte ed è leggibile: è su questi che azzardiamo una conclusione. A far la parte del leone erano le Edizioni P. e G. Signorelli di Lecco, ma a stampare cartoline a Lecco erano anche la tipografia dei Fratelli Grassi, la storica privativa del Baldo (tutto sommato, ancora esistente), un editore Luigi Riva e la Cartoleria Cima, ma ci sono anche aziende milanesi - come la Molinaro, la “Garzini e Pezzini” - a testimoniare che la vendita di cartoline “rendeva” già agli albori del XX secolo.


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Dario Cercek
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