SCAFFALE LECCHESE/37: 'La breva' usciva vent'anni fa, omaggio di Chiàppori a lago e... venti

Il lago, solo il lago. Tanti battelli e tanti barchini, i comballi e le gondole, acqua e acqua (anche vino, naturalmente, mica poco quando c’è). Il lago, nel quale si specchiano destini i più diversi. Compie vent’anni “La breva”, un libro di racconti di lago di Alfredo Chiàppori, divenuto celebre per i suoi disegni satirici, ma anche pittore, intellettuale (se questa parola ha ancora corso) a tutto tondo, promotore di un fecondo e irripetibile momento per il teatro lecchese nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento. E scrittore. D’acqua. Prima il mare e poi il lago lecchese, sulle cui sponde è nato nel 1943. Dopo l’esordio, appunto con un romanzo marino (“Il porto della fortuna” del 1997), Chiappori nel 2001 pubblicava con “Baldini & Castoldi” alcuni racconti lariani sotto il titolo “La breva” (nel 2019 riediti da Dominioni Editore di Como).

Le due edizioni del libro

Sono storie che alternano vicende tragiche ad altre più leggere, qualche trama ispirata a episodi accaduti, anche se nel libro non se ne fa cenno. Di una, almeno, vi è certezza: quella relativa all’autochiatta Mussolini. Era il 1925 quando venne varato una sorta di traghetto per il trasporto di automobili tra Varenna, Bellagio e Cadenabbia: autoboat, con un italiano anglicizzato, o autochiatta, appunto. La storia – così come l’apprendiamo dal sito della Pro loco di Mezzegra che pubblica pure una foto – ci racconta che quel traghetto ebbe vita breve e finale inglorioso: durante una traversata, l’auto di un prete finì nel lago. Motivo per il quale il cavalier Benito proibì che l’autochiatta portasse ancora il suo nome. Chiappori si prende licenza, decidendo di far naufragare l’avveniristica imbarcazione già al momento del varo, trasformando la circostanza festosa e fastosa in un imbarazzante incubo soprattutto per i gerarchi locali: «Di colpo si fece un gran silenzio nel cantiere. Il podestà di Como guardava quello di Dervio, che a sua volta lo fissava a bocca aperta. Il colonnello del Fascio e il comandante della Milizia si erano fatti paonazzi e intanto non riuscivano a staccare gli occhi da quella massa di ferro semisommersa su cui campeggiava la scritta “Mussolini”. Il commendatore Pacchiani si afflosciò tra le braccia del colonnello Cunico che fu il primo a rompere il silenzio. “Sabotaggio”. E in quell’attimo l’autochiatta Mussolini affondò».

La vera storia dell'autochiatta Mussolini

Non è l’unico affondamento: ci sarebbe anche quello del piroscafo Torno nel lago di Novate Mezzola. Sparito durante la seconda guerra mondiale, una notte estiva di cinquant’anni dopo ricomparve navigando come un battello fantasma e rischiando di travolgere due pescatori terrorizzati.
Il lago, dunque, dalle leggende secolari e dall’immaginario più recente, alimentati le une e l’altro da quell’alone di mistero e di incanto che da sempre lo avvolge. Più del mare, per stare all’acqua. Più delle montagne, anche, per stare al nostro microcosmo. Un sortilegio fatto di ombre e di riflessi, di nebbie e di onde. E, naturalmente di venti. La breva, appunto. E il tivano. Per noialtri che siamo cresciuti su queste rive, breva e tivano rappresentano quasi una formula magica, imparata presto e pure ripetuta a sproposito. Che poi magari, chi non pratica vele o remi ci si mette un po’ – ne fa ammenda il sottoscritto – a metterli in ordine e a capire quando soffia l’una e quando l’altro. Ma soprattutto a scoprire che, in realtà, i venti lariano sono molti di più. «Il vecchio Fermo – ci dice Chiappori – li aveva incontrati tutti e li chiamava per nome». E l’incipit del primo racconto, “I signori del lago”, dedicato appunto ai venti: «Quanti erano? Solari o notturni, caldi o freddi, si vestivano d’aria e rapivano il respiro alle terre e alle acque, ricongiungendole al Sole, alla Luna e alle stelle. Carpivano il fiato delle valli e l’alito dei boschi, il soffio dei torrenti e la bava dei laghetti, l’ansito dei dirupi e l’affanno delle onde. E quando non lottavano tra loro, danzavano. Rèfoli all’alba, folate a mezzogiorno, sbuffi al tramonto, ventate nella notte, raffiche nei temporali, turbini nei groppi, meteore nei piovaschi… I volubili e i tenaci, i violenti e i capricciosi. I miti e i subdoli, i chiassosi e i timidi, i sereni e i prepotenti, i calmi e gli iracondi».

Una foto dello scorso anno del Lago increspato dal vento

Quasi una lirica dedicata ai venti di lago. La breva e il tivano, d’accordo. Ma quanti sono davvero? Per Fermo sono «trentatré, non uno di più né uno di meno»: la Breva, il Tivano, ma anche la Breva di Laghitt che spira da Malgrate e il Tivan del Boeucc che «viene giù dalla Grignetta». E poi il Tivanell, le Brentine, il Bellanasco, il Menaggino, l’Argegnino, il Garzeno, il Liscione, la Bergamasca, il Molinaccio, il Revultùn che è il peggiore di tutti. E il Ventùn, il Borgognone, il Fiàa de San Vincenz, i montivi, il Favonio che il «vecchio Fermo non era mai riuscito a spiegarsi come mai questo signore invisibile del lago, che arriva dalla Svizzera, si chiama anche Vento marino».
Quasi una lirica che è qualcosa di più di una introduzione: è un calarci nel clima del lago, clima che non è solo meteorologia ma anche sentire dell’animo. Lette queste prime pagine siamo pronti per seguire le strane vicende che l’autore ci mette in fila: una quindicina di storie che sono anche una galleria di personaggi: il vescovo che con il sacro teschio di San Luigi su un battello pieno di fedeli adoranti che rischia – pure quello – d’affondare; il Polacco imbottito di dottrine ermetiche che cerca di raggiungere il Re del Mondo passando per l’Orrido di Bellano; il vecchio e cocciuto Oslavio che finisce nei guai per il suo comballo, ormai l’ultimo rimasto sul Lario, che di lì a poco avrebbe venduto a un ristoratore affinché ne facesse una veranda.
Compare o, meglio, scompare poi il guardiano dell’imbarcadero, solito ubriacarsi a tutte l’ore: una sera non si presenta all’arrivo del battello e vai capire dove s’è cacciato. In quanto a sparizioni, ci si mette anche una morigerata professoressa di musica data per dispersa (e cioè annegata) durante una traversata: per una volta, invece, aveva qualcosa da nascondere.
Oppure, il comandante Bartolo Rossini detto “Sbruff” che s’inventa un modo per far navigare i battelli nella nebbia dimenticandosi di fare i conti più che con l’oste, coi battellieri a cui l’oste ha mesciuto abbondantemente.
E ancora: il soprannominato visconte di Fiumelatte e uno strampalato pittore ritrovati nel pieno di un violento acquazzone notturno più o meno in mutandoni: s’erano accordati per trafficare con l’Aldilà, ma qualche dettaglio era stato lasciato non detto; il carpentiere che finge di aiutare la Finanza in un lago dove si contrabbanda alla grande. Senza dimenticare la guida manzoniana Càmola orgoglioso d’aver scoperto – senza, invero, ottenere gran credito – il bordello frequentato da don Rodrigo: ci accompagna i turisti per scoprire che bordello se lo fu nel Seicento non è accertato, ma di sicuro lo è ai giorni nostri con relativo scandalo e allargar di braccia del tenutario.
L’elenco si allunga con un bizzarro mercante d’arte che propone o propina ai clienti lecchesi, molto attenti alla spesa più che al genio, quadri “autentici” ma forse non troppo. Si aggiungono il piccolo Diego che si addormenta in una bara e un parroco tremebondo dopo una visita “negromantica”. E c’è la storia dell’Ampelio, proprietario della gondola Fidela, che prima di percorrere il lago a raccogliere metallo e stracci requisiti dalla Patria fascista riesce a mettere in salvo una famiglia ebrea.
A grandi linee, questo il contenuto dei racconti. Ci sarà perdonato se di qualcuno abbiamo svelato il finale: il piacere della lettura, comunque, non ne risentirà. Se tutti sono percorsi da un filo sottile di ironia, non tutti finiscono bene: oltre al tragicomico, in qualche caso volgono in tragedia vera e propria.


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Dario Cercek
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