SCAFFALE LECCHESE/15: con Pietro Pensa la strada del viandante ai tempi di S. Carlo

Ci sono piccoli capolavori, confinati alla periferia del mondo editoriale, ritenuti "opere locali" e pertanto di scarso interesse, destinati il più delle volte all'oblìo perenne, copie a far polvere nelle biblioteche. E che meriterebbero invece ben altra considerazione e destino.
Non siamo di fronte a un autore incompreso. Magari, della fortuna che potessero avere le pagine che ora abbiamo sotto gli occhi, non si è nemmeno curato, egli stesso.

Pietro Pensa

Nel Lecchese, in Valsassina e su per il lago, è stato certamente un "personaggio". Originario di Esino, nato nel 1906 e morto novantenne, Pietro Pensa - di lui stiamo parlando, tra l'altro prozio dell'attuale omonimo sindaco esinese appena riconfermato - fu ingegnere e girò a lungo il mondo, mantenendo però radici profonde nella nostra terra: fu anch'egli sindaco del paese e presidente della comunità montana valsassinese, storico locale con all'attivo studi e ricerche di non poco conto, indiscusso punto di riferimento per le ricerche su fortificazioni vie di comunicazioni (a lui si deve le riscoperta del Sentiero del viandante e di questo torneremo a scrivere). A lui, alla sua memoria, intitolata la bellissima strada panoramica che da Esino conduce a Parlasco e Cortenova attraverso il Passo di Agueglio: la sognò e progettò egli stesso.

Il passo del Brentalone

Infine, fu anche narratore e nel 1984 pubblicò con l'editore comasco Pietro Cairoli, il romanzo "La strada del viandante. Una vicenda sulla montagna all'epoca di San Carlo" ed è proprio il romanzo che abbiamo tra le mani e che meriterebbe davvero di essere ripubblicato, riletto e conservato in biblioteca tra i classici.
Siamo dunque nel XVI secolo. Teatro delle vicende descritte sono le Terre alte (Esino era un tempo il paese delle due terre), all'ombra del Moncodeno. Quelle raccontate sono vite vere, cose accadute. I personaggi sono davvero esistiti e «portano i nomi che ebbero nella vita di quaggiù e che ancora si trovano segnati nei registri delle chiese».
Affascina, inoltre, la sorgente di questa narrazione: «I fatti che descrivo - scrive in premessa l'autore - accaddero quando la Riforma protestante, calando dalle valli delle Alpi, premeva minacciosa sulla Lombardia e le faceva argine Carlo Borromeo con la gran possanza della sua persona di asceta e di uomo di governo. Il ricordo ne giunse sino a me trasmesso da nove generazioni della mia famiglia e io lo raccolsi, ancora ragazzo, dalla voce delle mie zie».

C'è qualcosa di magico in questi racconti che si sono tramandati per quattro secoli e sono arrivati appunto all'orecchio di un giovanissimo Pietro che più avanti negli anni ne ha ricavato una storia. E se la trasmissione orale di una testimonianza comporta inevitabilmente modifiche e arrangiamenti, spesso - come in questo caso - vengono mantenute sensazioni ed emozioni che sono nel profondo degli uomini e restano tali nonostante il trascorrere del tempo e il progresso.
Di quegli "zieschi" ricordi, Pensa ha cercato «nelle carte degli archivi una riprova che mi desse malleveria: molto ho trovato, altro si è aggiunto e ben poco è rimasto nell'incertezza». Il racconto «si muove tra la storia e la leggenda: rispetta quella attentamente anche negli episodi secondari, trae dall'altra un fascino di saga dal ricordo rimasto ancora vivo di un mondo scomparso che ci è tanto lontano».
La strada del viandante, dunque: è la strada che collega il paese con il mondo esterno, che percorrono i molti che lasciano il paese: Il mondo esterno che non è soltanto la riviera, non sono soltanto i passi dei monti vicini, il mondo esterno può arrivare anche in Germania. E curiosamente molti esinesi vanno ad Aosta (allora chiamata ancora Augusta). E' la strada con la quale l'arcivescovo Borromeo sale dal lago, ma è anche la strada che porta a valle i reprobi che saranno poi giustiziati sulla piazza del castello. Quella strada è indubbio essere l'attuale sentiero del viandante che collega Lierna con Ortanella, considerato la citazione del passaggio del Brentalone, anche se il castello probabilmente non è quello liernese. Ma questo non ci riguarda, è licenza dell'autore. Lasciando quindi la ricerca dei luoghi a chi se ne diletta, torniamo alla storia che si sviluppa sostanzialmente nella seconda parte del Cinquecento arrivando a scavallare il secolo. Momenti importanti, le due visite pastorali dell'arcivescovo: la prima nel 1566 quando il Borromeo sale in valle dalla Riva e appare bonario, accarezza bambini e impartisce benedizioni: «Furono giornate, quelle, memorabili fra tutte: per decenni se ne sarebbe parlato; poi per secoli se ne sarebbe tramandata la memoria: ancora oggi si mostrano nelle Terre i luoghi che il Santo visitò, la fontana che diede l'acqua a dissetarlo e persino la stanza in cui dormì»; la seconda nel 1582, quando il sorriso sembra essergli scomparso dal volto, appare accigliato, cupo e curvo, «sembrava vedesse le colpe di ciascuno» e in chiesa «fu severo contro chi avesse nella vita ascoltato le eresie».

Contro le quali eresie, anche il povero parroco allestisce la sua battaglia quotidiana: «Porta un abito decoroso - la descrizione del sacerdote in un documento dell'epoca -, non soffre di veruna difformità di corpo; è versatissimo nelle lettere greche e latine; è assai erudito; ha i libri prescritti e molti più». Si tratta di Giovanni Maria Bertarini e portava il soprannome di Penna che «veniva dato all'intera parentela - scrive Pensa -, che sempre era stata amica della carta scritta». Prete Penna, dunque, viene chiamato nel corso del racconto.
Il protagonista che fa da spina dorsale del romanzo sarebbe Piero, un ragazzo enigmatico - secondo appunto prete Penna -, cresciuto con lo zio Jopiero, «poco cattolico et manco religioso, arido e tutto pestilente» e la zia Jacomina «ortodossa et molto religiosa». Il padre Nicola l'aveva lasciato loro, quando molti anni rima se ne andò dal paese per Aosta. E ci andrà anche Piero.
Così come di là dal crinale dei monti, Premana aveva stretti legami con Venezia, Esino guardava ad Aosta da oltre un secolo: «Antonio, parroco delle Terre alte - ci spiega Pensa - nel millequattrocento fu promosso canonico del vescovo di Augusta ed era andato là con il fratello Jacobo, il quale tessé una rete di commerci, che diede avvio a un flusso di membri della famiglia verso la città, la sua valle ed il Vallese. Era una razza di cervello, ma le radici nelle Terre eran tanto salde che mai si ruppero i legami tra le due patrie».

 

Sullo sfondo Esine visto da Ortanella e la chiesa di San Pietro

Ai tempi di Borromeo era però terra sospetta, per via delle influenze calviniste che in qualche modo sfiorarono anche il nostro Piero che s'interrogò su preveggenza del Signore, predestinazione, libero arbitrio, grazia: «Fosse quel che fosse - riflette l'autore -, mi è stato logico concludere che Piero si era fatta una teoria tutta sua, perché quel convincimento è passato dall'uno all'altro della casa sino a me, e io l'ho raccolto e ancor ne sono persuaso. Lui pensava dunque che Dio ci pone sulla strada della vita fatti a noi già predestinati e che a noi tocca, anche se ce ne viene sacrificio, farne un mezzo per essere utili a chi ci sta d'intorno».
Ma assieme a Piero c'è un mondo di comprimari e sono gli abitanti delle Terre Alte. Pensa non fa sconti e racconta quale fosse quel mondo del XVI secolo: una vita stentata, odi e liti tra famiglie, matrimoni contratti perché un uomo possa avere una donna che gli governi la casa e le giornate oltre naturalmente a fare da fattrice. E poi maldicenze, morti di inedia e morti per mano omicida, per incidenti, per malattia; la stregoneria e i malefici, la magia bianca e quella nera, le prepotenze dei ricchi. Un mondo estremo, gramo, duro, che paradossalmente da qualche decennio ci piace invece idealizzare. Di là dalla trama, che è vita quotidiana che Pensa ha ricostruito unendo appunto i racconti famigliari con i documenti parrocchiali e non solo, il romanzo è un affresco straordinario di un'epoca travagliata in un piccolo paese di montagna. Quasi, passano in secondo piano la trama e le vicende di Piero, di fronte a una testimonianza corale - si usa dire così, oggi - di un'intera comunità.

 

Dario Cercek
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